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Mostre

Opalka alla Querini Stampalia

L'artista franco-polacco a Milano (da BUILDING) e a Venezia

Un'opera di Roman Opalka. Cortesia BUILDING

Venezia. La produzione di Roman Opalka (1931-2011) è scandita da una progressione numerica da 1 a infinito e da una progressione cromatica dal nero al bianco attraverso un’imponente gamma di sfumature di grigio progressivamente schiarito dagli anni Settanta. È il progetto «OPALKA 1965-∞» a cui si è dedicato per 45 anni: dal 1965 alla morte.

È composto da 237 dipinti denominati «Détail», tutti dello stesso formato (196x135 cm), ciascuno contrassegnato da un numero (crescente). Prevedendo che prima o poi l’eccessivo candore non avrebbe più permesso di leggere le serie, dal 1968 cominciò a scandire la progressione registrando la propria voce in polacco e dal 1972 associando al lavoro pittorico gli scatti in bianco e nero dei suoi autoritratti. Il suo conteggio si fermerà a 5.607.249.

Al lavoro di Opalka è dedicata una duplice mostra a Milano e a Venezia, organizzata dalla galleria milanese BUILDING in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia, curata da Chiara Bertola e intitolata «Dire il tempo». Nella galleria milanese (via Monte di Pietà 23, Milano, mar-sab 10-19, building-gallery.com) dal 4 maggio al 20 luglio sono esposti lavori di «OPALKA 1965-∞» (una selezione di «Détails», 7 «Cartes de Voyages» e 35 autoritratti insieme alle registrazioni vocali) e opere antecedenti.

Tra queste «Les Nuages», «Chronome» (1963), «Alphabet grec» (1965), «Fonemats» (1964) e non mancano le acqueforti della «Description du monde» (1968-70). Nella Fondazione veneziana, invece, dal 7 maggio si possono ammirare il primo (dal Muzeum Sztuki di Łódź) e l’ultimo (da collezione privata, mai esposto) «Détail», più una serie di autoritratti fotografici con le registrazioni vocali.

A dialogare con i lavori di Opalka esposti in fondazione vi sono opere della collega e amica Maria Teresa Sartori (Venezia, 1961). Spiega la curatrice Chiara Bertola: «Il primo e l’ultimo “Détail” troveranno collocazione nella stanza di Palma il Vecchio. Gli autoritratti di Roman, invece, ricomposti nella stessa sequenza da lui predisposta nel suo studio alle porte di Parigi, sono allestiti nel lungo corridoio che porta alla stanza dove si trova “Il Tempo del suono. Onde” di Maria Teresa Sartori. In questo lavoro l’artista traccia su fogli pentagrammati l’andamento del suono delle onde che s’infrangono sulla spiaggia del Lido. Della Sartori non mancano inoltre interventi site specific».

Veronica Rodenigo, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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