Odissea nel labirinto a Porquerolles

Alla Fondation Carmignac 70 opere sul tema dell’enigma scelte da Francesco Stocchi invitano al confronto con la complessità del nostro tempo

Una veduta della mostra «Le Songe d’Ulysse» con le opere  di James Rosenquist e Arcangelo Sassolino. © Fondation Carmignac, foto Marc Domage
Francesca Interlenghi |  | Porquerolles

Sull’isola di Porquerolles, al largo della costa di Hyères, nel sud della Francia, fino al prossimo 16 ottobre la Fondation Carmignac propone «Le Songe d’Ulysse». La mostra, a cura di Francesco Stocchi, già curatore del Museo Boijmans van Beuningen e del Padiglione Svizzera alla Biennale di Venezia 2022, si configura come un’esperienza immersiva liberamente ispirata all’Odissea di Omero, fruibile attraverso una settantina di opere provenienti dalla Collezione Carmignac, prestiti internazionali e nuove produzioni.

Muovendo dall’archetipo del labirinto e ispirandosi ad alcuni dei più significativi che hanno caratterizzato diverse culture, epoche e luoghi, a partire da quello del Minotauro costruito da Dedalo, fino al labirinto teorizzato da Guy Debord, a quello presentato in occasione della mostra «Dylaby» tenutasi nel 1962 allo Stedelijk Museum di Amsterdam o al Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci a Parma, Stocchi costruisce una narrazione incentrata sul tema dell’enigma, quale espediente retorico per metterci a confronto con i quesiti legati alla complessità del nostro tempo. Coadiuvato dalla scenografia di Margherita Palli, il curatore trasforma Villa Carmignac in un labirinto disseminato di opere d’arte, conferendo allo spazio espositivo una dimensione porosa, aperta all’ignoto, capace di connettere una molteplicità di codici e voci differenti, spesso oppositive. 

Spiega Stocchi: «Se il labirinto è il luogo dell'incertezza e della possibilità, esso non promette una via d’uscita, ma piuttosto ci obbliga a muoverci in una direzione che non possiamo conoscere, così come l'arte non offre certezza al suo pubblico. In un’epoca in cui la tecnologia sembra essere la nostra garanzia di sopravvivenza e in cui la distanza fisica tra gli individui è diventata improvvisamente la condizione della nostra vita sociale, Le Songe d’Ulysse prende forma attraverso un percorso, o più percorsi, da intraprendere a piedi. Qualcosa che la tecnologia non è in grado di offrire. La mostra riflette sulla presenza fisica, il contatto diretto, immersivo e disorientante. Come un omnes quod includitur progettato per introdurre il visitatore in un caleidoscopio di pensieri, il labirinto può essere considerato uno spazio singolare in cui le relazioni tra le opere e i visitatori si sviluppano dentro un “triplice sistema” composto di prossimità, distanza e della loro relatività».

A Villa Carmignac, l’odissea individuale inizia e si conclude con Penelope, rappresentata in due grandi opere di Martial Raysse: la prima «Faire et Défaire Penelope that’s the rules» (1966), presentata qui per la prima volta al grande pubblico, moltiplica il volto della donna in un orizzonte ossessivo; mentre la seconda, in un inedito cambio prospettico, le attribuisce le parole: «Ulysses, why do you come so late poor fool?». Il visitatore può imbattersi in figure femminili, come quelle di Roy Lichtenstein, Andy Warhol e Cindy Sherman, tanto per citarne alcune, o riconoscersi nell’ambiguità del desiderio così come rappresentato nell’eccezionale ensemble di Carol Rama o nei lavori di Jenny Holzer, Francesco Clemente, Willem de Kooning. Può trovarsi immerso nella monumentale installazione di  vele progettata da Jorge Peris o confrontarsi con quella di sabbia e roccia scolpita dal vento dell’isola, di Alessandro Piangiamore. Ma poi, sovvertito il registro discorsivo, può restare attonito davanti al dipinto perturbante di Urs Fischer o alla creatura di Arcangelo Sassolino, che nella sala espositiva macina quotidianamente un osso. Può finire al piano superiore della Villa, nel loggiato a volta, costretto a un silenzio meditativo di fronte all’installazione video «Ulysses: ECHO scan slide bottle» (1998) di William Kentridge, o sorprendersi quando nel giardino incrocia l’imponente bisonte di Adrián Villar Rojas, le fontane d’acqua e di luce di Olafur Eliasson o l’antropomorfica creatura in 3D, per metà uomo e per metà cane, di Oliver Laric. E ancora, proseguendo il viaggio a due passi dalla Villa, al Forte di Sainte-Agathe, può commuoversi al cospetto della poetica visione delle nuvole fluttuanti dell’artista Leandro Erlich.

Stocchi muove dalle suggestioni dell’epos ed estremizza la condizione del viaggio, rivolgendo al visitatore un invito alla deriva. La deriva non va intesa solo dal punto di vista romantico, come idea di perdersi nello spazio, ma è soprattutto un processo di raccolta di informazioni e sensazioni che aiutano a intendere lo spazio in cui ci si è persi; rinuncia a un allestimento convenzionale esortando chi guarda a muoversi in maniera quasi casuale all’interno di Villa Carmignac. Al visitatore, Stocchi affida il senso più profondo della ricerca, del viaggio, della fantasia, della lucidità, della seduzione, della maschera, delle infinite possibilità di metamorfosi di cui è capace lo spirito umano. Anch’egli, come il poeta greco, trascina il suo pubblico in un mitico mondo di sogno, ma questo mondo di sogno diviene contemporaneamente l’immagine speculare del mondo reale dove viviamo, nel quale dominano bellezza e incanto, ma anche dolore e terrore. E nel quale l’Uomo è immerso senza scampo.

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