Non sparate sul pianista

Pubblichiamo questo scritto di Vittorio Sgarbi in replica a «Il meglio e il peggio 2021» pubblicato nel numero di gennaio di «Il Giornale dell’Arte»

Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi |

In un orto di galline malate, tra complessi, fallimenti, presunzioni, frustrazioni, si mostra tutto il disprezzo per chiunque abbia fatto qualcosa piuttosto che stare alla finestra, pretendendosi incontaminati. Da 38 anni, cioè da quando io ne avevo 31, «Il Giornale dell’Arte», mensile di informazione e pettegolezzi, fondato da Umberto Allemandi dopo l’eutanasia della casa editrice Bolaffi, interroga inermi e inerti osservatori sul meglio e sul peggio dell’anno.

Non manco io, tra i pochi, nella lunga maratona, a essere giudice e giudicato. E mentre le virtù e i meriti dei giudici sono discontinui, costante è il giudizio negativo su di me, sulle mie attività e sugli istituti che presiedo. E, siccome, al di là dell’antipatia, credo che il lavoro debba essere rispettato, vorrei essere giudicato per quello che ho fatto. Anche quest’anno risulto il primo dei peggiori, e sono in buona compagnia: con Jeff Koons, con il Mart di Rovereto, con Banksy, con Dario Franceschini e con i marmi Torlonia.

Non che le sentenze vengono da aquile, ma è sintomatico che i giudizi negativi accomunino cose e persone, artisti e musei, mostre e restauri di indiscussa importanza e prestigio. Dovrei dunque ritenermi soddisfatto di stare, per la meschinità dei giudici, nell’olimpo dei migliori, insidiati dall’invidia e dall’insuccesso di coloro che non hanno fatto nulla per essere ricordati. Ma mi diverte troppo, pensando non solo che sono attivo, e determino reazioni, ma che sono fra quanti danno danari ad Allemandi per pubblicità e promozione di iniziative, osservare i luoghi comuni e le contraddizioni che portano a far scrivere i nostri nomi sulla lavagna.

Non va bene la mostra di Jeff Koons, ma è bravissimo l’assessore Tommaso Sacchi che l’ha promossa. Va bene la mostra di Domenico Gnoli, allestita come una televendita alla fondazione Prada, con un catalogo sgangherato e mortificante, ma vado male io, che sono il primo ad aver pubblicato un libro su Gnoli, quando Celant e Prada dormivano, con l’editore Franco Maria Ricci.

Nessun dubbio che l’esposizione più clamorosa del 2021 sia stata quella dei Marmi Torlonia, curata da Salvatore Settis, ma una congiura di incompetenti, con la puzza sotto il naso, senza nulla sapere e senza nulla capire, ha stabilito che qualcuno (che non esiste) ha spulito le sculture. Banksy spopola tra i giovani e alle aste, dove la sua «Girl with balloon» ha toccato i 22 milioni di euro, ma è «troppo sopravvalutato». Perché non puntare, allora, sui freschissimi Joseph Beuys e Alberto Burri (siamo nel 2022, non nel 1972) o sulla nuvolosa Corinna Gosmaro?

Gli istituti museali, interdetti dall’epidemia, sono stati chiusi molti mesi e hanno prodotto (poche) mostre, a intermittenza; ma i sagaci osservatori (con l’eccezione dei sereni Alberto Fiz, Andrea Bruciati e Paolo Bolpagni) sembrano non essersi accorti che almeno uno, forse l’unico, ha resistito producendo in un anno le seguenti mostre: «Caravaggio. Il contemporaneo», «Nicola Samorì», «Luciano Ventrone», «Giovanni Boldini. Il piacere», «Leonardo Cremonini/Karl Plattner», «Picasso, de Chirico e Dalí in dialogo con Raffaello», «Lino Frongia», «Botticelli, il suo tempo e il nostro tempo», «Steve Mc Curry», «Il falso nell’arte. Alceo Dossena e la scultura italiana del Rinascimento», «Depero New Depero», «Romolo Romani», «Herta Ottolenghi», «Antonio Canova, tra innocenza e peccato», «Achille Perilli/Piero Guccione», «Nicola Bolla» e «Wainer Vaccari».

Questo museo cosi virtuoso, e così attivo, è naturalmente il peggiore: il Mart di Rovereto. Che io presiedo. Difficile sostenerlo in assoluto, e anche al confronto con tanti musei pubblici che sono rimasti letteralmente fermi. Ma è l’insindacabile giudizio di due donne serene, note per la loro lungimiranza, come Annamaria Maggi e Alessandra Mammí, che colpiscono il museo di cui nulla hanno visto, in questo anno difficile, soltanto perché presieduto da me.

Un criterio oggettivo, come sa bene Allemandi, che le ha scelte come giurate. La Maggi è talmente lucida che crede che Dario Franceschini sia stato coraggiosamente contrario alle chiusure di musei e istituzioni pubbliche per l’arte, e ignora che invece è proprio lui il deprecato «responsabile della chiusura non necessaria dei musei e dei luoghi di cultura durante la prima parte del 2021». Non sapendo quello che dice, e parlando di ciò che non sa e non vede, si affianca al suo simile e affine, il tortuoso gallerista Massimo De Carlo, per cui il Mart ha senso solo come deposito delle opere dei suoi collezionisti.

È la condizione di museo pubblico che lo infastidisce, un sentimento simile a quello dell’inutilissimo raccoglitore Giorgio Fasol, le cui opere, tutte dimenticabili, l’abile Denis Isaia è riuscito a scaricare dal Mart all'Università di Verona dove nessuno le vede e, se le vede, non se ne accorge. Questi spiriti liberi e disinteressati sono i nemici del Mart, e hanno antipatia per chi cerca di far vivere il museo, non con opere di Diego Tonus, Emilio Vedova, Piero Dorazio, Tomaso De Luca, ma con opere (da grandi musei, italiani e stranieri) di Botticelli, Caravaggio, Raffaello, Canova, Picasso, Boldini, per «scelte curatoriali improntate troppo all’arte antica». Troppo. Occorre più moderazione.

Che cosa importa se poi, girando per le sale del Mart, ti imbatti in Edward Weston, Man Ray, Irving Penn, Eikoh Hosoe, Dino Pedriali, Robert Mapplethorpe, Helmut Newton, Vanessa Beecroft, Miroslav Tichy, Lisetta Carmi, Lee Friedlander, Bettina Rheims, Jan Saudek, Joel-Peter Witkin, Mustafa Sabbagh, Nadav Kander? Cosa importa ad Annamaria Maggi della galleria Fumagalli, che è così moderna, con i suoi Castellani, Kounellis, Bonalumi, Giulio Paolini? Che scelte originali! E perché perdere tempo con Carlo Benvenuto o Piero Guccione? Non facciamole sapere che abbiamo messo Paolini vicino a Canova! Potrebbe soffrire. Per non parlare di Clarice Pecori Giraldi, che non può sopportare che alcune sale di palazzo Ducale a Mantova siano chiuse senza avvisarla all’ingresso. Se poi le chiedi del migliore architetto del 2021 ti risponde: «Carlo Scarpa, sempre ancora perfetto» (che è morto nel 1978).

Umberto Allemandi sorride leggendo una tal sequela di scemenze. Gli piace tanto, nel suo castigato snobismo, il comico docente di archeologia e storia dell’arte musulmana Giovanni Curatola. Sorriderà di meno quando dovrà chiedere sostegno per il suo giornale alle Maggi, alle Mammí, ai De Carlo, ai Fasol, ai Curatola. Perché avere rapporti con il peggiore dei musei pubblici, il Mart di Rovereto? Dopo tante contumelie, mi consolo trovando, nel catalogo della donazione di «Vetri veneziani» alla Galleria d’arte moderna «Carlo Rizzarda» di Feltre, le belle parole di Ferruccio Franzoia, che di Carlo Scarpa fu colto e luminoso allievo: «A Vittorio Sgarbi desidero esprimere gratitudine non solo per le sue brillanti intuizioni critiche, ma anche per l’attenzione che motivatamente rivolge alle realtà marginali e per l’inesausta veemente capacità di indignazione con la quale stigmatizza l’ignoranza diffusa nel “Bel Paese, là dove il sì suona”». Anche questa volta. Per fatto personale.

Tanti nemici, tanto onore

Vittorio Sgarbi non ci sta e reagisce al giudizio di quattro o cinque operatori nel settore dell’arte che insieme a una cinquantina d’altri hanno risposto al nostro annuale invito a indicare i migliori e i peggiori dell’anno trascorso. L’invito a rispondere è rotatorio ogni anno a un centinaio di persone su una lista complessiva aggiornata di oltre 300 operatori attivi in Italia.

Il giudizio di ciascuna di queste 50 persone non è ovviamente il nostro: noi siamo il treno che ospita questi viaggiatori ciascuno dei quali ha una propria opinione. Vittorio Sgarbi, come tutti sappiamo, è forse il più noto e il più attivo dei critici d’arte italiani, il più fertile, il più comunicativo: parla e scrive benissimo, manifesta la sua ammirevole e vasta cultura, «produce» un numero notevole di mostre inventive che sono sempre affollate quanto le sue conferenze spettacolari. Insomma, un ruolo invidiabile. Riportiamo da un articolo di elogio di un testimone come Mario Botta (tra l’altro, l’architetto del Mart di Rovereto di cui Sgarbi è presidente) chiamato in causa da Sgarbi per contrapporsi a «Il meglio e il peggio» del nostro giornale, alcuni giudizi che corrispondono ai giudizi che di Sgarbi molti di noi danno da decenni. Pochi dubitano che rispetto a molti suoi colleghi Vittorio Sgarbi abbia una marcia in più.

Scrive Botta: «Non sorprende che, di fronte alle nuove sfide del contemporaneo (che nel frattempo ha scoperto l’attualità del passato), appaia all’orizzonte un personaggio che racchiude in sé speranze e contraddizioni del nostro tempo. Benvenuto Vittorio Sgarbi alla guida del Mart, prototipo di una politica culturale umanistica nata attorno al Mediterraneo con l’introduzione di quei valori solo apparentemente nascosti nelle pieghe della memoria. Sgarbi, con quel suo intuito geniale e sorprendente di accostamenti fra segni contemporanei e la memoria del grande passato, ha capito che la realtà del nostro presente può essere opportunamente interpretata».

Di Sgarbi, infastidiscono le scenate alla Tv, i suoi sfoghi collerici che certo lo danneggiano, ma li attribuiamo alla sua indole battagliera, al territorio litigioso da cui proviene, e tuttavia è apprezzabile la sua capacità di indignarsi a viso aperto per difendere le sue idee oppure contro qualcosa che non gli piace. Non a caso fa di mestiere anche il politico, settore nel quale può praticare la sua vis polemica. Insomma, come tutti noi, va preso così com’è: appare certamente come uno dei più bravi che abbiamo. Saltuariamente è anche un nostro opinionista (abbiamo intitolato la sua rubrica, come il vecchio giornalino, «Il Vittorioso»).

Ci stupisce che si stupisca che qualcuno lo aggredisca giudicandolo male: non c’è dubbio che per essere di gran lunga il più famoso e visibile di tutti diventi l’obiettivo più appetitoso per chi non la pensa come lui o è geloso o ha bisticciato con lui o al quale sta antipatico. Vari giornali, per esempio «l’Adige» o «Libertà», hanno riferito quei singoli giudizi come quelli di una «giuria» molto autorevole. Ringraziamo del giudizio lusinghiero, ma sbagliano perché non c’è nessuna giuria: quelli sono i giudizi di persone singole che li hanno espressi com’è loro sacrosanto diritto e che avranno i loro bravi motivi. Il conduttore di questo treno non «sceglie» i passeggeri: per fortuna questo è un treno molto apprezzato da coloro che in Italia hanno scelto loro stessi di «viaggiare nell’arte».

Purtroppo Vittorio è sopraffatto dal suo istinto polemico, dalla sua irritazione per le critiche che giudica immeritate e che possono anche esserlo, quando prende una solenne cantonata insinuando per sminuirle che il giornale cui collabora è di informazioni e «di pettegolezzi»: Vittorio non può confondere con i pettegolezzi le opinioni firmate delle persone. Vittorio sa benissimo che le opinioni, quali che siano, sono esse stesse «notizie»: le sue opinioni quanto quelle degli altri valgono in relazione alla qualità e al titolo di chi le esprime.

Ringraziamo infine Vittorio quando ricorda che utilizza «Il Giornale dell’Arte» per la pubblicità in sostegno delle sue mostre: essendo il più intelligente e il più attivo sa benissimo quanto sia utile, anzi indispensabile fare pubblicità nel luogo giusto e con le persone giuste. Non crediamo che nessuno, né lui né alcuno altro, abbia mai speso un euro in pubblicità se non sapeva che gli serviva.

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