Nick Cave tra queer pride e cronaca nera

Responsabilità civile e pratica sociale alla base delle opere dell’artista afroamericano nella mostra al Guggenheim Museum

«Soundsuit» (2015) di Nick Cave. Collezione di Ashley e Pam Netzky. © Nick Cave
Federico Florian |  | New York

«La mia è un’arte che non offre altra scelta che quella di vedermi, di riconoscere che sono un uomo. Che mi trovo qui, proprio come te». Parole di Nick Cave (classe 1959), quotatissimo artista afroamericano celebre per le sue elaborate sculture e installazioni fatte di oggetti di recupero. Un artista che esplora la dialettica tra visibilità e invisibilità in relazione a questioni di genere e «razza».

I «Soundsuits», non a caso, sono i suoi lavori più noti: creati in risposta al pestaggio del tassista Rodney King da parte della polizia nel 1991, sono costumi scultorei composti di materiali disparati, come parrucche, coperte, lustrini e cianfrusaglie varie, dall’estetica camp e dai colori sgargianti. Modellati a partire dal corpo di Cave, tali travestimenti fungono da seconda pelle, in grado di mascherare l’etnia, il sesso e l’estrazione sociale di chi li indossa.

Cresciuto negli anni Sessanta come uomo queer e di colore, Cave ha conosciuto il trauma sotto innumerevoli forme. Ma solo dopo Rodney King, dichiara lui stesso, acquisì piena consapevolezza della propria condizione: «È allora che sono diventato un artista con una certa responsabilità civile e ho iniziato a vedere il mio lavoro come pratica sociale».

Dopo la tappa al MCA Chicago, dal 18 novembre al 10 aprile il Guggenheim di New York ospita la grande antologica a lui dedicata, «Forothermore»: un titolo che è un neologismo dell’artista (traducibile come «più per gli altri») e che rivela il suo impegno continuo nel procurare spazio e visibilità alle categorie più emarginate della società, nello specifico la working class e le comunità queer di colore.

Ripartita in tre sezioni, l’esposizione guarda al passato, al presente e al futuro della pratica di Cave: dai primi lavori prodotti a Chicago, ispirati alla scena musicale house e al Bauhaus, alle opere di impegno civile, quali i «Soundsuits» e i «Tondos», sculture circolari i cui motivi astratti riproducono i pattern delle scansioni cerebrali di giovani uomini neri affetti da traumi legati a episodi di violenza armata.

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