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Musei

Musei: che cosa fare per la sicurezza

Intervista ad Adele Maresca, presidente di Icom Italia

Adele Maresca

Tutti i musei sono preparati al controllo e alla salvaguardia a distanza delle proprie raccolte? Forse no, se l’Icom Italia, sezione nazionale dell’International Council of Museum, poco dopo le chiusure per il confinamento da Coronavirus ha avvertito il bisogno di pubblicare una serie di «raccomandazioni» (icom-italia.org). Ne parla la presidente Adele Maresca, fino al 2014 in forza all’Ufficio Studi del Ministero dei Beni e Attività culturali.

Presidente, raccomandate di verificare che le strutture siano integre, che i sistemi di allarme, climatizzazione e antincendio funzionino anche durante una chiusura prolungata. Perché?

Sappiamo che queste funzioni sono generalmente garantite, ma temiamo che in istituti più piccoli, ove siano affidate a società esterne e non esistano dispositivi tecnologici per la rilevazione a distanza, o sistemi di allarme gestiti in remoto, le limitazioni di mobilità e di presenza del personale imposte dall’emergenza possano metterle a rischio. Questa emergenza, una volta finita, dovrebbe indurci a potenziare le strumentazioni tecnologiche, ma anche a incrementare personale specializzato. Potrebbe essere un incentivo a creare sinergie con altri istituti.

Perché proponete sinergie?

Crediamo che per raggiungere una qualità elevata, non solo in questo campo, sia necessaria più collaborazione tra musei dello Stato, degli enti locali e privati e la previsione, ove occorra, di servizi comuni. Molte Regioni stanno creando reti tra musei o sistemi integrati e questa strategia va maggiormente sviluppata.

Raccomandate anche una manutenzione programmata e il controllo del microclima. Non dovrebbe essere scritto nel Dna di un museo?

La tutela in termini di manutenzione programmata è una debolezza reiterata in Italia, e il monitoraggio ambientale condotto in modo superficiale. Anche per queste funzioni il fattore umano è determinante.

Per quali ragioni invitate a ripensare «la natura stessa delle strutture espositive e del lavoro museale»?

L’esperienza del Coronavirus ha messo in evidenza un uso senza precedenti del digitale: molti musei hanno risposto in modo creativo e innovativo, altri proponendo materiale obsoleto e molto lontano dalle esigenze di oggi. Occorre inventare forme più attrattive e contenuti rigorosi seppur modulati su destinatari diversi. Questa crisi, inoltre, può diventare un’opportunità per distribuire meglio i flussi di visitatori, creare forme alternative di partecipazione e potenziare un turismo «di prossimità». Purché più istituti, anche di natura diversa, si muovano in sinergia e offrano percorsi culturali associati anche allo svago, al benessere e al godimento della natura, e che operatori turistici, albergatori, artigiani, associazioni culturali e sportive, musei, pro loco si impegnino a lavorare insieme. A noi sta molto a cuore anche la sopravvivenza di tanti posti di lavoro e se i musei non hanno risorse muore un indotto già piuttosto fragile.

Nel vostro documento parlate  anche dei depositi.

I depositi vanno preservati, ordinati, inventariati e, con modalità da definire, resi accessibili agli studiosi, e non solo. I depositi sono inoltre delle «riserve», come dicono i francesi, cui attingere per rinnovare gli allestimenti e proporre periodicamente al pubblico nuove opere e narrative diverse. La cosiddetta «Fase 2», con una ripresa lenta delle attività di «front office» e la difficoltà di programmare grandi mostre, potrebbe essere il momento ideale per rinnovare l’attenzione dei professionisti sui depositi.

Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero , maggio 2020



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