Mostra con salma in Fondazione Prada

Opere neoclassiche e installazioni site specific di Elgreen & Dragset sul tema del corpo

«The Outsiders» (2020) di Elmgreen & Dragset. Courtesy Pace Gallery, New York. Foto Sebastiano Pellion di Persano
Michela Moro |  | Milano

«Useless Bodies?» è una polifonia di racconti, riflette da diverse angolature su come il corpo sia arrivato a non essere più soggetto attivo nelle nostre esistenze: un grande affresco che si dipana in vari spazi della sede milanese della Fondazione Prada.

Opere nuovissime mescolate a opere neoclassiche, lavori storicizzati del duo danese/norvegese Elgreen & Dragset, installazioni site specific hanno come collante la grande capacità degli artisti di spiazzare il punto di vista e far riflettere con naturalezza su temi centrali delle nostre esistenze.

Allestita su tre degli edifici della Fondazione e in parte del cortile, visitabile dal 31 marzo al 22 agosto, la mostra si compone di ambienti dalle atmosfere e temi propri, sia pure legati dal filo rosso della percezione del corpo, argomento portante nella ricerca di Elmgreen & Dragset,fin dagli esordi del 1995.

Non c’è aggressività, ma ironia e un utilizzo «diverso» di oggetti quotidiani, come i vecchi jeans a terra di «Powerless Structure, Fig. 19» del 1998 («da giovani non avevamo soldi per i lavori, utilizzavamo di tutto»), nella Cisterna, trasformata in una spa, abbandonata sì, ma abitata da un cliente in attesa di un improbabile massaggi,
«Touch» (2011), circondato da armadietti da palestra spalancati che raccontano antichi passaggi di fumatori, con portacenere pieni e tazzine del caffè, «Spogliatoio 2/ Powerless structures, Fig. 128»(2022), citazioni dorate della Fondazione o della natura, con piccoli nidi d’uccello, per raccontare la relazione del corpo con l’industria del benessere.

Lo spazio accanto è occupato da una piscina vuota, «Piscina di Largo Isarco» (2022), con una mascherina abbandonata, vaga vestigia della pandemia, mentre la spalliera è segata verticalmente a metà, e un meteorite è atterrato proprio sul tappeto elastico: «Too Heavy» (2017).Nella stanza centrale della Cisterna il funambolo in bilico, «What’s Left?» (2021), regge un’asta inutilizzabile: cadrà? Sarà il suo corpo in grado di salvarlo?

Il Podium prende spunto dalla mostra inaugurale della Fondazione nel 2015, «Serial Classic», e la trasforma in un personale dialogo tra sculture classiche e opere dei due artisti per riflettere sulla rappresentazione del corpo maschile nei secoli.

L’infinita ripetitività alienante di uffici openspace deserti al primo piano nel Podium, «Garden of Eden» (2022), riporta a tempi pre-pandemici vicini, ma ormai lontanissimi, solo cartoline illustrate segnalano qui e là un passaggio umano, monumento a epoche in cui le comunità professionali erano anche sinonimo di prossimità fisica.

Al centro di un claustrofobico appartamento dalle pareti in alluminio, le finestre dell’edificio Nord scompaiono, inutili, e la terra è un lontano puntino nel cosmo, visibile da un piccolo oblò, Michael Elmgreen e Ingar Dragset stanno ultimando la soluzione abitativa del futuro.

«È pratica dei plutocrati costruirsi bunker nel deserto, o pianificare viaggi nello spazio, tutti vedono la casa del futuro come uno spazio scomodo, poco importante perché si vive più con gli occhi che con i corpi, raccontano. La cucina è una citazione delle opere di Donald Judd, aggiunta di fuochi e lavello, in stanza da pranzo è appeso un vero Fontana, poi abbiamo una vetrina con sentimentali cimeli del passato».

L’abbandono del corpo e la sua relazione con gli oggetti sono sottolineati dal poco comfort degli arredi, siano il tavolo da pranzo, in stile vagamente Bauhaus, o il divano, dove non si sta né seduti né sdraiati. Unico essere semovente un cane-robot, forse a suggerire le forti relazioni contemporanee con gli avatar, o forse desiderio di domesticità come il caminetto acceso. Una mappa disegna «Another Museum»: «È la sintesi perfetta per il collezionista, dice Ingar Dragset, un insieme di prigione + museo + freeport. Cosa potrebbe desiderare di più, oggi?».

La parete di fondo del salotto (quella in acciaio di un obitorio) conclude la visita, con la salma del padrone di casa a vista. «A’ livella», avrebbe detto Totò, o «l’unico vero denominatore democratico» come dicono gli artisti, che offrono il «servizio completo» di un’abitazione inclusa di eterno riposo.

Distribuite nei cortili opere come: «Statue of Liberty» (2018-21), parte sezione originale del Muro di Berlino e parte Bancomat, mai come ora tristemente attuale; cartelli stradali che non forniscono indicazioni; una panchina del parco «Powerless Structures, Fig. 117» (2001), che sottolinea il confinamento con la scritta «Homosexual only»; e «The Outsiders» (2020), la Mercedes con i due ragazzi che dormono all’interno, vista ad Art Basel in settembre.

Malinconici e sardonici, ma non disturbanti malgrado gli argomenti, il duo ha un tocco leggero e ironico anche nelle curve più pericolose: «Credo che i nostri lavori siano come i film di Bergman: la seduzione, parlandone in senso lato, è composta di strati molto complicati. C’è un modo sottile di raccontare temi profondi, si vede bellezza, ma si sa che dietro c’è sempre ben altro».

© Riproduzione riservata «Pregnant White Maid and Unitree A1 robot dog» (2017)  di Elmgreen & Dragset, Collection of Bancrédito, Puerto Rico Cortesia Perrotin © Elmar Vestner
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