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Eretici e profeti

Mi oppongo al non cambiamento

Peppe Morra: «Non sono interessato al mercato dell’arte che impone l’omologazione, a negazione della ricerca e, quindi, della conoscenza»

Una veduta della Vigna San Martino. © Fondazione Morra

L’antica Vigna che si inerpica sulla collina di San Martino, a Napoli, è un luogo di eccezione. Emerge dalla città, facendosi diaframma tra il mondo caotico abitato dagli uomini e quello rasserenante che segue i ritmi naturali del cosmo. È su questo verde crinale, profumato di uva e di limoni, che Giuseppe Morra, figura imprescindibile per tessere larga parte del racconto storico sull’arte a Napoli dagli anni Settanta ad oggi, sceglie di «vivere l’intervista», espressione particolarmente adatta a cogliere lo spirito che muove ogni sua iniziativa.

Improvvisamente, senza attendere le domande, esordisce con una dichiarazione che contiene già le ragioni di tutte le sue scelte di vita, finanche quella di parlare sotto un ombreggiato pergolato della storica Vigna, acquistata nel 1988. «Fin da bambino preferivo non andare a scuola, perché volevo camminare nella campagna, passando il tempo a osservare lucertole, farfalle e lumache… Amavo muovere la terra, toccare i fiori e le erbe spontanee. Nel rapporto con la natura ho sentito che si poteva cogliere il tutto. È questa l’opera d’arte totale. È questo quello che è accaduto con la musica di Schönberg, di Wagner, con la poetica futurista e dadaista. Con le avanguardie in generale».

La natura e l’arte sono collegate, quindi?

Dalla campagna scaturisce la mia curiosità, il mio desiderio innato di ricerca dell’estetica della bellezza, che ho trovato prima nella natura e poi nell’arte. Occorre nutrire la conoscenza attraverso l’esperienza. E la mia prima esperienza di conoscenza e di bellezza è avvenuta attraverso il contatto diretto con la natura. Il posto dove siamo lo spiega bene.

Ma l’arte l’ha incontrata molto presto.

Avevo 12-13 anni. Su un mio quaderno di scuola era riprodotto un particolare di un dipinto di Van Gogh. Decisi di andare a Parigi per vedere gli impressionisti.

Quando ha iniziato a frequentare gli artisti di cui è diventato amico, sodale, mecenate?

In un primo momento l’arte è stata una curiosità ideologica, politica. Il mio iniziale rapporto con l’arte avviene attraverso la frequentazione di artisti di sinistra: Errico Ruotolo, Luigi Mainolfi, Giuseppe Maraniello, Armando De Stefano. Siamo alla fine degli anni Sessanta. Decido di aprire nel quartiere Vomero uno spazio, il Centro d’Arte Europa, attivo dal 1969 al 1973, dove avviene la mia iniziale sperimentazione delle avanguardie estetiche e filosofiche. Miei compagni di avventura sono Stelio Maria Martini e Luciano Caruso. Intanto mi formavo attraverso le letture di Stirner, Nietzsche e Hölderlin.

Il 16 gennaio 1974 ha inaugurato un nuovo spazio, lo Studio Morra in via Calabritto, con una personale di Günter Brus. Perché decise di trasferirsi nel cuore borghese della città?

Determinanti per le mie scelte sono stati la visita nel 1972 a Documenta 5 a Kassel, dove ho visto le opere dell’Azionismo viennese, e la mostra «Contemporanea» di Achille Bonito Oliva, organizzata l’anno successivo nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese. Decisi di aprire lo Studio Morra a Chiaia su sollecitazione di Lucio Amelio. Avevo da poco realizzato la mostra di Giosetta Fioroni e Gianfranco Baruchello e frequentavo con Sergio Lombardo, a cui mi legava un rapporto di amicizia e di lavoro, lo spazio GAP a Roma di Gianni Filecci. Avevo conosciuto personalmente Günter Brus nella galleria di Luciano Inga Pin a Milano e decisi di presentare il suo lavoro a Napoli.

Di quegli anni si racconta ancora della memorabile azione compiuta da Hermann Nitsch nel 1974.

Attraverso Günter Brus ho conosciuto Hermann Nitsch, che decise di venirmi a trovare a Napoli. Trascorremmo notti intere a parlare di filosofia, di opera d’arte totale, di musica, di poesia, di teatro, di letteratura. Il 10 aprile 1974 presentò la sua «45. Aktion», che fu una rivoluzione culturale per la città. Accorse la polizia per fermare l’azione. Fu un evento scandaloso (anche per la presenza di corpi nudi e sangue, Ndrche svegliò le coscienze. Il pubblico aveva riconosciuto la potenza liberatoria dell’arte e l’aveva difesa. L’arte è conoscenza, quindi deve produrre cambiamento nella cultura e nella società. E questo avvenne con l’azione di Nitsch. Da quel momento ha inizio un sodalizio e una salda amicizia con l’artista viennese, a cui in seguito ho intitolato anche un museo.

Lo Studio Morra ha portato in città artisti internazionali ancora non storicizzati, ma ha anche lavorato su un’idea di galleria intesa come spazio di incontro, dibattito e sperimentazione autentici.

Negli anni Settanta presentavamo soprattutto performance della Body art, l’Azionismo viennese, Fluxus, Living Theatre, Gutaï. Lo Studio Morra nasce per far convergere le nuove sperimentazioni nei diversi campi delle arti visive, aprendosi al tempo stesso alla poesia, all’editoria d’arte, al teatro e alla musica. Non sono mai stato un gallerista, non mi è mai interessato il mercato. Non mi interessa fare mostre, ma organizzare eventi che possano contribuire alla crescita della città. Non essere un gallerista mi rende indipendente dal mercato e mi ha consentito di costruire e conservare un corposo archivio di documenti e di opere, che è confluito nel patrimonio della Fondazione Morra. Il fondo più consistente è costituito da opere di Shimamoto, del Living Theatre e, naturalmente, di Hermann Nitsch, nonché dagli archivi di Luca Maria Patella, Vettor Pisani, Arrigo Lora Totino, Jackson Mac Low. Abbiamo importanti conferme internazionali sulla quantità e qualità dei nostri materiali, che prevedono scambi culturali con istituzioni prestigiose come, ad esempio, il Getty Center di Los Angeles.

Che cosa accade nel decennio successivo?

Negli anni Ottanta lo spazio diventa uno dei più significativi centri di riferimento in Italia per le rassegne di poesia visuale e concreta. Espongono, tra gli altri, Emilio Villa, Ugo Carrega, Henri Chopin, Stelio Maria Martini, Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, Arrigo Lora Totino, Sarenco. Ma era un luogo aperto anche a tutti i linguaggi delle arti.

Quali differenze individua tra il modo di lavorare di quegli anni e l’approccio attuale?

Se intende che cosa è cambiato nel mio lavoro, direi che non ho modificato la mia intenzione di lavorare con artisti interessati alla sperimentazione, a mettersi in gioco personalmente. Non apprezzo, invece, quelli che, anche tra i giovani, ricercano uno «stile», compiacciono il mercato. Così non si produce cambiamento. I miei artisti di riferimento sono ancora quelli che, come Luca Maria Patella o Vettor Pisani, ricercano visioni poetiche, la sperimentazione, lavorano sulla costruzione di un pensiero. In questo periodo di crisi, occorre recuperare le tensioni delle avanguardie, ridare centralità al cambiamento, rivoluzionare il pensiero, costruire una forma di vita che abbia la forma dell’opera d’arte totale. L’arte deve essere militanza, avanguardia. Mi oppongo al non cambiamento. Per questo non sono interessato al mercato dell’arte che impone l’omologazione, la negazione della ricerca e, quindi, della conoscenza.

Se non è il riconoscimento del mercato, che cosa o chi stabilisce che un artista è «affermato»?

Solo la mancanza di interesse e di volontà determina la non riuscita dell’artista. Occorre essere individui e per essere tali bisogna coltivare un atteggiamento politico che determini il passaggio dal vivere all’essere. L’arte è libertà. È consentire agli artisti di fare ciò che vogliono e non quello che vuole il mercato. Perdo immediatamente interesse per quegli artisti che non si esprimono completamente come individui perché vogliono solo piacere. Agli artisti non chiedo sacrifici, ma scelte. Se non scelgono, non saranno mai autentici, mai liberi.

Proviamo a riprendere il racconto. Agli inizi degli anni Novanta ha inizio una nuova esperienza in un ampio appartamento all’interno al Palazzo dello Spagnuolo ai Vergini, nel Rione Sanità. È solo il trasferimento in un altro spazio?

Con Luigi Castellano (LUCA) istituisco nel 1991 la Fondazione Morra - Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive. La Fondazione ha uno scopo preciso: promuovere, realizzare e divulgare la cultura delle comunicazioni visive. Si occupa di editoria, cinema sperimentale indipendente, arti performative e multimediali. Inauguriamo con «5 Environments» di Allan Kaprow, poi seguono le personali di Luca Maria Patella, Vettor Pisani, Baldo Diodato, Nanni Balestrini, Jean-Jacques Lebel, Shozo Shimamoto, Oswald Wiener, manifestazioni, festival, convegni.

Nel 2008 la Fondazione si trasferisce brevemente a Palazzo Bagnara in piazza Dante e contestualmente inaugura il Museo Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee Hermann Nitsch nella salita Pontecorvo in un’ex stazione per la produzione di energia elettrica. Da quel momento accadono due cose importanti: da un lato si intensifica la rete dei rapporti istituzionali nazionali e internazionali, dall’altro la Fondazione consolida i legami con il territorio.

La Fondazione Morra intende l’arte come ricerca e come conoscenza, quindi è uno spazio di confronto e di sperimentazione multidisciplinare, che determina dinamiche e finalità culturali di natura non solo estetica, ma anche etica e sociale. Il Museo Nitsch è anche il primo tassello del più ampio progetto Il Quartiere dell’Arte, ideato da me, da Pasquale Persico, Nicoletta Ricciardelli, Franco Coppola e Roberto Paci Dalò, che intende mettere in rete le realtà culturali esistenti nei quartieri di Montecalvario e Avvocata per determinare una riqualificazione sociale attraverso un processo di rigenerazione culturale del territorio. Da qui deriva la decisione di chiudere lo spazio di via Calabritto e di trasferirmi ai Vergini, inaugurando proprio con una mostra di progetti di Aldo Loris Rossi per la riqualificazione urbanistica dei quartieri di Napoli.

Va in questa direzione la successiva apertura nell’ottobre 2016 di Casa Morra - Archivio d’arte contemporanea?

L’acquisto del settecentesco Palazzo Cassano Ayerbo D’Aragona, nel quartiere Materdei, ha dato nuovo impulso al progetto. È uno spazio di oltre 4mila metri quadrati, in cui ha sede la collezione, che conta circa 2mila opere e che è oggetto di un progetto espositivo che prevede un programma di mostre fino al 2116. Il prossimo 23 ottobre, Casa Morra inaugura il quarto anno del «Gioco dell’Oca», dedicando tre spazi ad Al Hansen, Dieter Roth e Jean Toche: tre «Unici», che a partire dagli anni Sessanta hanno partecipato attivamente alla «svolta esperienziale dell’arte», riscrivendo una contro-storia all’insegna del nomadismo, dello sconfinamento e della destituzione delle categorie tradizionali e delle istituzioni artistiche. Esporremo alcuni «manifesti-invettive» di Jean Toche, opere realizzate da Al Hansen tra il 1988 e il 1991 allo Studio Morra e riproporremo integralmente la prima mostra di Dieter Roth in Italia, realizzata nel 1976 a Cavriago, ospite di Rosanna Chiessi. Ma Casa Morra è principalmente un luogo di incontro per esperienze multidisciplinari, declinate attraverso workshop, convegni, laboratori, proiezioni, residenze d’artista. È un luogo di studio, di ricerca e di approfondimento attraverso gli archivi. Tra questi l’archivio dedicato al lavoro di Shozo Shimamoto.

Un interesse per il maestro Gutaï che risale agli anni Ottanta...

Sì, e che ha portato alla costituzione nel 2007 dell’Associazione Shozo Shimamoto, assieme a Rosanna Chiessi. L’Associazione nasce per promuovere e sostenere la ricerca del maestro attraverso la pubblicazione di cataloghi, video e documentari, ma anche attraverso la riproposizione delle sue più note performance. Dal dicembre 2017 ha una sua sede autonoma nel settecentesco Palazzo Spinelli di Tarsia. Anche questa scelta contribuisce ad alimentare quell’impegno di riqualificazione territoriale promosso attraverso il progetto Il Quartiere dell’Arte.

Shimamoto dichiara che «l’opera d’arte è di per sé un’espressione libera». L’arte ha questa funzione? Serve a essere liberi?

Ritengo che da sempre l’arte e la cultura consentano una crescita sociale, che implica anche uno sviluppo economico, oltre che culturale. Il mio scopo è creare le condizioni perché questo avvenga. È urgente che l’uomo individui soluzioni per garantire la sua esistenza sulla Terra. L’uomo deve essere disposto a fare sacrifici per accedere alla conoscenza. Il mondo non ci sopporta più. L’uomo deve confrontarsi con il futuro, prepararsi al viaggio nel cosmo. Ecco perché ho iniziato il mio racconto riferendomi al rapporto con la natura. Da bambino osservavo le lucertole, le farfalle e... le chiocciole. Perché le chiocciole? Perché portano sul loro guscio il segno del tempo infinito. Il tutto. L’opera d’arte totale.

Olga Scotto di Vettimo, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Luca Maria Patella accanto all’installazione «Alberi parlanti» del 1971 al Macro di Roma nel 2015 in occasione della sua mostra «Ambienti proiettivi animati, 1964-1984». © Fondazione Morra
  • Peppe Morra con Shozo Shimamoto e la gallerista ed editrice Rosanna Chiessi. © Fondazione Morra
  • «Eros e Tanathos» (2007) di Vettor Pisani. © Fondazione Morra

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