Metro Pictures e St. Etienne escono di scena

La prima scoprì Cindy Sherman, la seconda portò a Manhattan Klimt e Schiele

«Untitled #611» (2019) di Cindy Sherman. Cortesia dell’artista e Metro Pictures, New York
Tom Seymour |  | New York

«Il mondo dell’arte ci ha tenute concentrate per quarant’anni, ma la pandemia ci ha dato il tempo di pensare. Abbiamo deciso che è un nuovo momento per noi. Spesso i galleristi tendono a morire con la loro galleria; noi abbiamo deciso di fare qualcos’altro»: così Janelle Reiring, cofondatrice con Helene Winer della Metro Pictures di New York, ne ha annunciato la prossima chiusura. Una decisione «agrodolce», come la definisce la Reiring, che priva la scena dell’arte di uno spazio ormai leggendario.

La Reiring aveva alle spalle una collaborazione con Leo Castelli  quando nel 1980, al 169 di Mercer Street, apriva la galleria insieme alla Winer, già nello staff di Artists Space. Poi, come altri colleghi, nel 1997 lasciarono SoHo per trasferire la loro sede nel nuovo quartiere delle gallerie, Chelsea. «Non credo che chi non c’era nel 1980 possa capire com’era il mondo dell’arte nel 1980, continua la gallerista. C’erano forse cinque gallerie private a New York che mostravano giovani artisti. Abbiamo iniziato con quella che abbiamo considerato l’arte più interessante degli ultimi dieci anni, e subito c’è stata molta attenzione su di noi. Il successo arrivò molto velocemente e non era qualcosa che avevamo previsto».

Anche grazie alla Metro Pictures gli artisti che utilizzavano la fotografia e il video divennero delle star: Cindy Sherman, Robert Longo e Sherrie Levine hanno fatto la storia della galleria attraverso un provocatorio e performativo modo di creare immagini che ha messo alle corde i tradizionali concetti di autorialità, appropriandosi di icone della cultura popolare e della storia dell’arte. Era il Pictures Mouvements: «Usavano immagini riconoscibili, si occupavano dei media, creavano lavori a cui le persone potevano davvero relazionarsi», dice la Reiring. La gallerista scoprì il lavoro di Cindy Sherman all’epoca in cui l’artista era receptionist presso Artists Space.

Secondo la storica dell’arte Lucy Soutter «i loro artisti hanno creato un tipo completamente nuovo di fotografia; immagini messe in scena o fornite di sottotesti come critica della rappresentazione. Hanno contribuito a portare la fotografia fuori dalla sua sottocultura della “fotografia artistica“ per entrare a far parte del mercato dell’arte contemporanea.». Il ruolo della galleria in questo contesto è stato ricordato in una mostra del 2009 al Metropolitan Museum of Art, intitolata «Pictures Generation».

Circa il futuro, Janelle Reiring spiega: «Abbiamo ancora molto lavoro da fare. Vogliamo lavorare sodo per sistemare tutti i nostri artisti. Abbiamo 40 anni di lavoro da affrontare. Quindi ancora nessun piano concreto, ma sono sicura che rimarrò coinvolta nel mondo dell’arte. Vedremo». I primi a muoversi per rilevare parte dell’eredità della Metro Pictures sono stati Hauser & Wirth, che già il 9 marzo annunciavano che ora saranno la galleria di riferimento per l’opera di Cindy Sherman.

I secessionisti di Otto

Si svilupperà invece nell’ambito dello studio il futuro di un’altra storica galleria newyorkese, la St. Etienne, che chiude i battenti dopo oltre ottant’anni. Aperta nel 1939 da Otto Kallir e diventata punto di riferimento per l’arte del Secessionismo austriaco e per la produzione di alcuni celebri outsider, tra i quali Grandma Moses, la galleria era passata a Jane Kallir, nipote del fondatore.

A lei si deve l’attivazione, nel 2017, del Kallir Research Institute, un organismo senza scopo di lucro creato per sovrintendere al lavoro di digitalizzazione del catalogo ragionato di Egon Schiele. L’Istituto ha ora rilevato gli archivi della galleria, che risalgono agli anni Venti e Trenta del ’900, quando Otto Kallir viveva ancora in Austria. L’Istituto lavorerà a stretto contatto con le istituzioni che organizzano mostre con gli artisti che sono stati a lungo associati alla Galerie St. Etienne come lo stesso Schiele, John Kane, Klimt, Kokoschka, Käthe Kollwitz e Paula Modersohn-Becker.

Intanto lo Smithsonian American Art Museum di Washington sta fondando un Centro Studi Grandma Moses grazie a 10 opere della pittrice (al secolo Anna Mary Robertson Moses, 1860-1961)  donati da Jane Kallir. La St. Etienne manterrà un piede nel mercato con un’attività di consulenza per i suoi collezionisti.

La Kallir è in trattative con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e gli Smithsonian’s Archives of American Art di Washington, che stanno pensando di acquisire gli archivi della galleria. La Kallir ha dichiarato ad Artnet.com che le due istituzioni sono interessate agli archivi di Grandma Moses, ma non nasconde le sue perplessità circa un’eventuale divisione del patrimonio documentario della galleria.

© Riproduzione riservata Jane Kallir della Galerie St. Etienne. © Julienne Schaer
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