Luccica sempre la stella di Koons

Arturo Galansino, direttore di Palazzo Strozzi, racconta in anteprima la retrospettiva dell'artista statunitense

Arturo Galansino e Jeff Koons © Jeff Koons, Foto Ela Bialkowska, OKNO studio
Arturo Galansino |  | Firenze

Firenze. «Jeff Koons. Shine», dal 2 ottobre al 30 gennaio, continua la sequenza di esposizioni di Palazzo Strozzi dedicate ai più importanti protagonisti dell’arte contemporanea. La mostra indaga un aspetto unico dell’artista americano, quello legato al concetto di riflettenza e luminosità delle sue opere. Koons trova nell’idea di «lucentezza» («shine») un principio chiave delle sue innovative sculture e installazioni che mirano a mettere in discussione il nostro rapporto con la realtà ma anche il concetto stesso di opera d’arte. Per Koons il significato del termine shine è qualcosa che va oltre una mera idea di decorazione o abbellimento e diviene elemento intrinseco della sua arte. Dotate di una proprietà riflettente, le sue opere accrescono la nostra percezione metafisica del tempo e dello spazio, della superficie e della profondità, della materialità e dell’immateriale. Di fronte alla sequenza dei lavori scelti sorprende la coerenza dei temi trattati e la continua ricerca formale, tecnica ed espressiva sviluppata da Koons in più di quarant’anni di carriera attorno a temi quali la degerarchizzazione delle immagini, il dialogo con la storia culturale, l’accettazione di sé e di ogni punto di vista estetico, il coinvolgimento dello spettatore, la spiritualità e la trascendenza. L’autobiografia e la memoria hanno un ruolo importante nella sua pratica artistica, non solo a livello personale, ma anche nel senso di una reminiscenza collettiva quasi metastorica, radicata nel profondo antropologico e culturale della civiltà occidentale, che gli fa unire cultura alta e bassa.
Nato nel 1955 in Pennsylvania da una famiglia della middle class, Koons comincia a dipingere copiando opere famose esposte dal padre nel suo negozio di design di interni. Subito dopo gli studi a Baltimora e Chicago, nel 1976 si trasferisce a New York e si dedica ai primi ready-made che univano Duchamp e Warhol, utilizzando specchi e cianfrusaglie tipiche della società dei consumi americana.
Da questa fase iniziale, la pratica del ready-made evolve verso la ri-creazione in materiali diversi, spesso specchianti, di oggetti comuni: una costante fondamentale della sua pratica a partire dalla metà degli anni Ottanta. Così dal «Bunny» di plastica gonfiabile della prima serie di «Inflatable», si passa, con la serie «Statuary», allo stilizzato e specchiante «Rabbit» (1986), idolo brancusiano in acciaio inossidabile, materiale popolare, comune alla middle class. Un coniglietto da cento milioni di dollari (l’opera più cara mai venduta di un artista vivente) che è diventato una delle sculture più iconiche del secondo Novecento, di cui incarna pulsioni e contraddizioni. L’«argentea» serie «Statuary» mescola opere «alte» e colte ad altre «basse» e cheap, cui la superficie polita conferisce astrazione ed erotismo. Questi lavori propongono contrapposizioni che non sono solo iconografiche, ma descrivono livelli e divari della società. Rifiutandosi di creare arte elitaria, Koons utilizza immagini rassicuranti e familiari per cancellare il giudizio negativo sul gusto popolare: una democratizzazione che passa anche attraverso l’acciaio. La rimozione del senso di colpa è come un mantra per l’artista: rimuovere l’imbarazzo della media borghesia per i propri gusti estetici e, con la scandalosa serie «Made in Heaven», sviluppatasi insieme alla relazione con Ilona Staller, nota come Cicciolina, pornostar e deputata al Parlamento italiano, rimuovere i sensi di colpa legati alla sfera sessuale. In questa direzione inclusiva si inscrive anche la serie «Celebration», forse la più nota al grande pubblico, esplosiva nelle forme e nei colori ma velata dal dolore per l’allontanamento dal primo figlio, in seguito alla separazione da Ilona Staller, e dalle ricorrenze che scandiscono la vita infantile e famigliare. Dietro a queste gigantesche sculture in acciaio inossidabile lucide e coloratissime, sta un mondo condiviso, fatto di esperienze gioiose, tipiche della società consumistica occidentale, legate al mondo dell’infanzia e della famiglia, mitizzato e reso simbolico come un quotidiano paradiso perduto. Un mondo fatto di feste di compleanno e di palloncini colorati da cui emerge, con la sacralità di un totem e l’ambiguità di un cavallo di Troia, l’iconico «Balloon Dog» (1994). Le superfici riflettono lo spettatore, includendolo nell’opera in un gioco autobiografico di ricordi e rimandi, in una stratificazione di esperienze e riti sociali e collettivi. Sono oggetti del desiderio, carichi di duplicità che sorge già dalla loro fisicità. È infatti il materiale a trasfigurarli, ingannandoci, perché essi appaiono leggerissimi, uguali agli originali se non fosse per le dimensioni, e, anzi, platonicamente più veri di questi, perché ideali. Questa serie inaugura una fase «barocca» nella produzione koonsiana, caratterizzata da prodezze realizzative a livello tecnico, tese a generare stupore e desiderio nello spettatore. Prodigi di resa tecnica sono anche le pesantissime sculture metalliche che sublimano le forme di buffi salvagenti gonfiabili, metafora dell’esistenza umana perché contengono il respiro, come «Dolphin» e «Lobster». Ci troviamo di fronte a un’illusione, a un trompe-l’œil al punto da essere tentati di verificare con mano la materia. Koons, come nei cosiddetti «inganni», finge materiali diversi, ma invece di simularne di più pregiati come si faceva nel passato, fa apparire leggere e dozzinali, sculture di raffinata e complessa esecuzione. Nell’opera di Koons i riferimenti all’antichità, alla mitologia e alla cultura classica si fanno espliciti dalla serie «Antiquity», con la quale unisce il passato alla contemporaneità, e con la serie «Gazing Ball» che annovera «copie» di opere fondamentali per la storia dell’arte occidentale. La cura maniacale per le tecniche di esecuzione e la ricerca della perfezione è dimostrata sia nella realizzazione delle sculture e dei dipinti, sia delle sfere di vetro soffiato blu, le «gazing balls» (un ornamento diffuso nei giardini delle case della natale Pennsylvania) che rifulgono in contrasto con il bianco dei gessi e i colori dei quadri, includendo, riflettendolo in una perfetta bolla di respiro umano, lo spettatore, la sua realtà biologica e la sua storia personale, all’interno di una lunga storia culturale che unisce e dissolve ogni differenza e gerarchia.
Spesso per Jeff Koons, artista dei record, si sprecano i superlativi: il più grande, il più importante, il più influente, il più famoso, il più sovversivo, il più controverso, il più caro, il più ricco, il più criticato...
Confidiamo che la mostra di Palazzo Strozzi, con la sua indagine sopra e sotto la pelle delle sue opere, potrà portare a inserire nuovi aggettivi in questa lista, ricordando che Koons ha lavorato per rendere l’arte più inclusiva, più aperta, più democratica, più spirituale. q Arturo Galansino

© Riproduzione riservata Jeff Koons, «Rabbit», 1986
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