Lo zucchero degli schiavi era marca Tate

In occasione del suo allestimento alla Turbine Hall El Anatsui, noto per i suoi «arazzi» costituiti da migliaia di tappi metallici, spiega perché riciclare i rifiuti è un’operazione anticolonialista

El Anatsui. © Tate | Lucy Green
Louisa Buck |  | Londra

El Anatsui, quest’anno l’artista incaricato di realizzare un’opera per la Turbine Hall della Tate Modern (fino al 14 aprile 2024), è noto soprattutto per le sue sculture metalliche costruite con migliaia di tappi di bottiglia riciclati, uniti con fili di rame. Queste opere a cascata, spesso enormi, fondono le tradizioni ghanesi con la storia globale dell’astrazione e con le ansie politiche, sociali e ambientali legate al consumo, all’identità nazionale e al commercio. Nato ad Anyako, in Ghana, nel 1944, Anatsui ha trascorso la maggior parte della sua carriera in Nigeria come artista e insegnante, ricoprendo per oltre quattro decenni il ruolo di professore di scultura presso l’Università della Nigeria a Nsukka.

Oltre alle opere con tappi di bottiglia che realizza dalla fine degli anni Novanta, Anatsui ha sviluppato un approccio sperimentale alla scultura, lavorando con legno, ceramica e oggetti trovati. Nel 2015 è stato insignito del Leone d’Oro alla carriera alla 56ma Biennale di Venezia e la sua personale del 2019 alla Haus der Kunst di Monaco di Baviera è stata l’ultima a essere curata da Okwui Enwezor, scomparso nello stesso anno, uno dei più grandi sostenitori di Anatsui. In concomitanza con la commissione finanziata da Hyundai per la Tate, Anatsui espone anche nuovi lavori utilizzando legno e tappi di bottiglia alla October Gallery di Londra nella personale «Time Space» aperta fino al 13 gennaio 2024.

Come si è avvicinato alla realizzazione di un lavoro per la Turbine Hall della Tate Modern?
Sono partito dal nome Tate, che per me non è un nome strano. Sono cresciuto nella Costa d’Oro coloniale e fino agli anni Sessanta, quando è stata introdotta un’altra marca di zucchero, lo zucchero che consumavamo era quello di Tate & Lyle. Così ho iniziato a pensare a cose che hanno una risonanza o un legame con la tratta transatlantica degli schiavi. Tate non vi ha preso parte, ma ha beneficiato delle sue conseguenze. Il Ghana ha la più grande concentrazione di castelli degli schiavi (i luoghi di raccolta degli schiavi in attesa della loro deportazione, Ndr), circa 40, sulla sua breve costa. Quando ho visitato uno dei castelli più noti, a Cape Coast, mi ha colpito il fatto che ci fossero delle prigioni sotterranee e, sopra di esse, una cappella, in una sorta di combinazione di paradiso e inferno. Volevo ricreare la parte di quel castello, che mostrava questa configurazione, in un simulacro di zucchero. Ma la Turbine Hall era troppo piccola per questo, quindi abbiamo dovuto abbandonare l’idea. Poi ho deciso che con i tappi di bottiglia stavo già lavorando con qualcosa che aveva legami con il commercio transatlantico degli schiavi e con lo zucchero. E questi tappi sono anche un mezzo così versatile che può adattarsi a qualsiasi spazio, di qualsiasi dimensione. Così ho deciso di lavorare con questi tappi.

Come ha iniziato la sua attività artistica?
Sono cresciuto in una missione dove non c’erano molti contatti con il mondo esterno: la vita si svolgeva tra la classe e la chiesa. A scuola e poi all’Università tutto ciò che facevamo era occidentale, soprattutto nel Dipartimento di Belle Arti della Kwame Nkrumah University of Science and Technology. Alla fine dell’Università sentivo che mancava qualcosa, non credevo all’idea che l’arte fosse qualcosa che si faceva solo in Occidente.

Che cosa ha fatto per rimediare?
Ho iniziato a frequentare il Centro culturale nazionale del Ghana a Kumasi, dove si trovava l’Università. Qui si riunivano musicisti, artisti grafici, creatori di tessuti, stampatori e ho avuto il mio primo incontro con qualcosa di africano, di ghanese, di indigeno. Ho scoperto il sistema di segni chiamato Adinkra, che utilizza simboli grafici per trasmettere significati e idee senza utilizzare la forma umana. Questa è stata la mia prima introduzione all’arte astratta: dopo anni di studi sulla vita e di modellazione della vita, mi trovavo di fronte a un’opera che non cercava di esprimere il mondo visivamente, ma attraverso la mente. Mi si è aperto un nuovo mondo.

Come si è manifestato questo nuovo linguaggio astratto nel suo lavoro?
Ho scoperto i vassoi di legno rotondi usati dai commercianti per esporre la loro merce e ho pensato che sarebbero stati un supporto molto interessante per i segni Adinkra che stavo cercando di imparare. Ho trovato gli intagliatori che producevano questi vassoi e ho chiesto loro di disegnarne di diverse dimensioni e forme. Poi mettevo i segni Adinkra al centro dei vassoi e sul bordo creavo modelli di forme che aiutavano a chiarire il significato di qualsiasi simbolo fosse al centro. Il processo che ho utilizzato è stato di tipo low tech: ho arroventato un tondino di ferro e ho fatto un marchio sul legno. Tutto ciò che ho usato era disponibile e sostenibile.

Il desiderio di lavorare con ciò che è strettamente disponibile è rimasto con lei fino ad oggi. Sì, questo è stato un cambiamento cruciale che mi ha accompagnato fino ad oggi.
Lavorare con cose immediatamente disponibili e accessibili significa che qualsiasi cosa tu stia facendo è in relazione con il tuo ambiente, con la gente e con la cultura. È stato il mio modo di provare a inserirmi nella cultura che mi è stata negata dalla scuola. Quando ho esposto per la prima volta le opere su vassoio, tutti vi hanno scoperto qualcosa di familiare, perché li vedevano ogni volta che andavano al mercato: vederli in un nuovo contesto era emozionante per loro.

Negli ultimi decenni ha utilizzato una vasta gamma di materiali. Ma che si tratti di vecchi mortai di legno, di grattugie per manioca in metallo, di coperchi di lattine di latte evaporato o dei tappi di bottiglia in alluminio per i quali è oggi più conosciuto, lei ha scelto di lavorare prevalentemente con oggetti che hanno avuto un uso precedente prima di essere impiegati per le sue opere. Perché questa storia passata è così importante?
Quando una cosa è stata usata, c’è una certa carica, una certa energia, che ha a che fare con le persone che l’hanno toccata, usata e a volte abusata. Questo aiuta a radicare ciò che si fa nell’ambiente e nella cultura.
Una veduta dell’allestimento della Hyundai Commission «El Anatsui: Behind the Red Moon», nella Turbine Hall della Tate Modern. ©Tate | Lucy Green
Lei lavora con i tappi di bottiglia in metallo da più di vent’anni. Che cosa hanno di speciale?
Fin dall’inizio ho puntato su una forma che non ha una definizione. Come un pezzo di stoffa, è abbastanza versatile da poter fare tante cose e da poter essere descritto in molti modi diversi. Ma credo di aver ingannato la gente perché ho dato ai primi due pezzi di questo lavoro i titoli di «Man’s Cloth» e «Woman’s Cloth», e la combinazione di colori di questi tappi di bottiglia replicava i colori del tessuto Kente. È stato quindi difficile distogliere l’attenzione della gente dal Kente e dai tessuti, ma io pensavo sempre alla scultura, non ai tessuti.

Tuttavia, i suoi lavori con i tappi di bottiglia possono anche essere molto pittorici: a volte monocromatici, a volte densamente disegnati, a volte traslucidi come acquerelli, e con il colore che gioca un ruolo sempre più centrale.
All’inizio usavo l’interno, cioè la parte argentea del tappo. È come se avessi iniziato a fare lo scultore senza prestare attenzione al colore e poi, all’improvviso, ho scoperto qualcosa che ignoravo: i colori delle calotte. Così ho dovuto iniziare a pensare anche come un pittore, cercando di capire come abbinare i colori e che cosa fare con il colore per trasmettere un significato o un messaggio. Alla fine sto facendo una combinazione di scultura e pittura. Poiché non li mostro come un pittore mostrerebbe un’opera, stesa su telaio, do loro anche pieghe e forme tridimensionali. In questo modo, la forma e il colore entrano in gioco.

Ognuno di queste migliaia di elementi richiama una bottiglia bevuta, e c’è anche il fatto che, dal punto di vista ambientale, si stanno riutilizzando elementi di scarto del commercio e del consumo per trasformarli in arte. Poi ci sono anche i riferimenti sociali, politici e storici.
Sì, ci sono aspetti dei tappi di bottiglia a cui credo che nessuno abbia prestato attenzione. I nomi delle marche di bevande sono tutti sui tappi, e lo studio di questi nomi da solo dà un’idea della sociologia e delle questioni politiche e storiche attuali. Per esempio, la bevanda chiamata «Black Gold» (Oro Nero) ha a che fare con il fatto che le bevande venivano scambiate con gli schiavi che venivano poi trasportati in America. Oppure c’è una bevanda chiamata «Ecomog», che è lo stesso nome della forza militare inviata dall’Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, Ndr) durante la guerra in Liberia e Sierra Leone.

Perché quando le sue opere con tappi di bottiglia vengono installate, di solito lascia che siano i curatori a decidere come piegarle, drappeggiarle e appenderle? Perché lascia che siano gli altri a interpretare le sue opere, come se si trattasse di suonare un brano musicale?
In modo inconscio, le mie opere riguardano la libertà delle persone di fare le cose. Ho l’obiettivo nascosto di risvegliare l’artista che c’è in ognuno di noi e se si lancia una sfida alle persone dicendo: «Ecco una cosa piegata, potete aprirla e fare quello che volete», ci si libera l’immaginazione. La libertà è molto importante, può migliorare molte cose.

© Riproduzione riservata Una veduta dell’allestimento della Hyundai Commission «El Anatsui: Behind the Red Moon», nella Turbine Hall della Tate Modern. © Tate | Joe Humphrys
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