Lo stato del mercato a Londra

L’impero è diventato una colonia: secondo l’Art Basel/Ubs Global Art Market Report, a causa soprattutto della Brexit nel 2021, le importazioni d’arte in Gran Bretagna si sono dimezzate rispetto al 2019

Tempesta in arrivo? Dopo la Brexit le importazioni e le esportazioni di opere d’arte sono diventate più complicate, così acquirenti e venditori devono sostenere commissioni più elevate Foto Simon Dawson/Bloomberg via Getty Images
Anny Shaw, Gareth Harris |

Londra diventerà «l’ombra di sé stessa» in soli cinque anni, se le importazioni d’arte continueranno a precipitare: membri del settore hanno avvertito il Governo britannico, dopo che è stato rivelato che la quota globale del mercato dell’arte della Gran Bretagna è passata dal -3% al -17% l’anno scorso, il più basso in un decennio. Gli ultimi dati di HM Revenue and Customs, pubblicati nell’Art Basel/Ubs Global Art Market Report 2022, mostrano che il valore delle opere d’arte e degli oggetti d’antiquariato importati nel Regno Unito nel 2020 è stato di 2,1 miliardi di dollari, in calo di un terzo rispetto al 2019.

Le importazioni sono diminuite di un ulteriore 18% l’anno scorso, lasciandole a quasi la metà del valore del 2019. Si ritiene che la Brexit sia la ragione principale del forte calo delle importazioni, ulteriormente ostacolate dalla pandemia. «L’obbligo di pagare l’Iva sull’importazione quando si spostano opere d’arte dall’Unione europea al Regno Unito e le scartoffie aggiuntive sono considerevoli deterrenti, sostiene l’avvocato esperto in questioni d’arte Pierre Valentin. Molti collezionisti europei hanno lasciato il Regno Unito. La sterlina ha perso parte del suo valore, con il risultato che i mercanti di opere più importanti vendono a New York invece che a Londra».

Iva sull’importazione
Prima che il Regno Unito lasciasse l’Unione europea nel 2020, i mercanti europei potevano portarvi opere senza considerare i costi. Ora sono soggetti a una tassa del 5%. Inoltre, il tasso di importazione del 5% del Regno Unito (il più basso nell’Unione europea, dove i tassi vanno dal 5,5% in Francia al 21% in Spagna) in precedenza lo rendeva la prima scelta per coloro che desideravano importare arte da Paesi non appartenenti all’Unione europea (circa l’80% del valore del mercato del Regno Unito è costituito da scambi non UE). Le opere venivano regolarmente importate nel Regno Unito e poi spedite in altri Paesi europei senza costi aggiuntivi.

Altri membri del settore, tuttavia, ritengono che la Brexit potrebbe rappresentare un’opportunità per rafforzare la posizione competitiva della Gran Bretagna. Il presidente della British Art Market Federation Anthony Browne, che ha condotto una campagna per la rimozione dell’Iva sull’importazione di opere d’arte, ha dichiarato: «Le importazioni sono la linfa vitale di un mercato commerciale come il nostro. Facendo a meno dell’arte per le vendite dall’estero, non possiamo mantenere il nostro status». Browne ritiene che il Governo non sia riuscito a trarre vantaggio dalla Brexit «eliminando una tassa che in realtà genera pochissime entrate ed è una graniglia nel macchinario del mercato dell’arte londinese. L’Iva sull’importazione ha impedito alle persone di voler utilizzare Londra ed è stata davvero un incentivo per le opere che ora vanno a New York e in Cina».

Secondo Browne, il rendimento netto dell’Iva sulle importazioni di opere d’arte è cresciuto di circa 16 milioni di sterline l’anno scorso, «non una somma di denaro sconvolgente», osserva, rispetto ai 130 miliardi di sterline stimati raccolti nell’imposta sull’Iva nel 2019-20. Tuttavia, l’avvocato Valentin non è convinto che il Governo ascolterà, in particolare nell’attuale clima economico: ad aprile l’Office for National Statistics ha rivelato che l’inflazione ha raggiunto il 7% a marzo, mentre gli analisti affermano che la Gran Bretagna potrebbe cadere in recessione quest’estate. «Non riesco a vedere come, con l’inflazione e le bollette energetiche fuori controllo, si possa pensare che il Governo rinuncerà alle tasse per i collezionisti e le imprese d’arte», ha affermato.

Un portavoce del Tesoro del Regno Unito, nel frattempo, non ha voluto commentare «le speculazioni sulle modifiche fiscali al di fuori degli eventi fiscali» e un portavoce del Dipartimento per il digitale, la cultura, i media e lo sport afferma che sta «lavorando su iniziative come la digitalizzazione del sistema di licenze di esportazione per i beni culturali per facilitare ulteriormente il commercio d’arte e antichità». È stato suggerito che lo sviluppo di porti franchi in tutto il Regno Unito potrebbe favorire il mercato dell’arte; tali strutture esenti da tariffe doganali sono state un vantaggio per altre destinazioni d’arte come Ginevra, Zurigo, Singapore e Pechino.

Ma secondo Fionnuala Rogers, fondatrice e direttrice di Canvas Art Law, il Governo britannico ha deciso durante le consultazioni che i porti franchi del Paese «non sarebbero stati esplicitamente utilizzati» per immagazzinare beni di lusso, compresa l’arte «poiché non volevano essere visti come un paradiso fiscale per gli asset nascosti post Brexit». L’ammissione temporanea attualmente consente di differire di due anni la tassa sulle importazioni di opere d’arte, anche se, come sottolinea Browne, «c’è ancora la percezione che il Regno Unito sia un luogo più complicato per fare affari».

Spostati verso Est
Con il loro regime commerciale relativamente liberale, gli Stati Uniti detengono la più grande quota di mercato globale (43% nel 2021) da oltre un decennio. Il Regno Unito e la Cina si sono costantemente contesi il secondo posto, attualmente occupato da quest’ultima con una quota di mercato del 20%. Hong Kong, che non beneficia di tasse sulle importazioni di opere d’arte e di tasse su ricchezza, regali, proprietà o plusvalenze, sta diventando sempre più un luogo attraente per mettere all’asta opere importanti, nonostante le continue repressioni di Pechino sul dissenso nella metropoli e le severe restrizioni Covid.

Di conseguenza, le case d’asta stanno rafforzando in quell’area le loro operazioni. Christie’s prevede di trasferirsi nella nuova grande sede del quartier generale in Asia a Hong Kong nel 2024, mentre Phillips si sposterà nella nuova sede centrale in Asia nel distretto culturale di West Kowloon quest’autunno. L’anno scorso due dei massimi specialisti di Sotheby’s, Alex Branczik a Londra e Max Moore a New York, sono stati promossi a nuove posizioni nella sede di Hong Kong. Secondo il rapporto Art Basel/Ubs, almeno 25 nuove attività d’asta sono state aperte in Cina dal 2020 e circa 30 nuove gallerie sono state lanciate nel 2021.

Le case d’asta
Per quanto riguarda il Regno Unito, una portavoce di Christie’s ha osservato che tra il 2019 e il ’21 si è verificata una «caduta» delle spedizioni dai Paesi dell’Unione europea alla sede londinese dell’azienda. Nel 2017 Christie’s ha annullato le vendite di arte contemporanea e del dopoguerra a Londra, rilanciandole come aste diurne nel 2018 e ripristinando completamente le vendite serali nel 2019. La riduzione dei lotti, ha aggiunto la portavoce, fa «parte della nostra strategia aziendale per ridurre parte del volume e concentrarci su lotti di valore più elevato». Le opere vendute oltre i 5 milioni di sterline a Londra sono passate da 26 nel 2019 a 30 nel 2021.

Una portavoce di Sotheby’s, nel frattempo, ha affermato che lo scorso anno le spedizioni dai Paesi dell’Unione europea hanno raggiunto i livelli più alti dal 2018. Tuttavia, le statistiche totali sulle importazioni nel Regno Unito «non erano prontamente disponibili». Le vendite online e lo streaming live stanno creando ulteriori scappatoie legali. Clare McAndrew, autrice del rapporto Art Basel/Ubs, ha sottolineato come le aste in live streaming abbiano dimostrato che un’opera può essere acquistata e venduta contemporaneamente in diversi mercati, presentando opportunità di arbitraggio fiscale: «Questo mette sotto pressione i luoghi che non ottengono il giusto equilibrio normativo, perché le persone avranno sempre più scelta su dove acquistare e vendere». Mentre gli hub al di fuori dell’Europa hanno beneficiato maggiormente della perdita del giro d’affari da parte di Londra, anche i mercati in Francia e Germania potrebbero aver raccolto parte del margine di manovra, in particolare all’asta.

Dopo un calo di oltre il 30% nel 2020, le vendite in Francia hanno registrato un aumento particolarmente forte nel 2021, aumentando di valore del 50% a 4,7 miliardi di dollari e portando il mercato al suo punto più alto in dieci anni. Secondo coloro che ne hanno una conoscenza interna, diversi Paesi del Golfo stanno esaminando modi diversi per incrementare la loro posizione come porta d’ingresso del mercato dell’arte, inclusa l’introduzione di normative commerciali più favorevoli. A Dubai, ad esempio, la tassa di importazione sulle opere d’arte è attualmente al 5%, anche se spesso viene aggiunto un ulteriore 5% di Iva.

Spedizioni
Un’altra dolorosa spina nel fianco del mercato britannico dopo la Brexit è stata la disponibilità di spedizioni «a qualsiasi prezzo», ha dichiarato l’analista del mercato dell’arte Ivan Macquisten, che osserva anche che la fiducia tra i venditori è diminuita: «I mercanti negli Stati Uniti, ad esempio, hanno sentito parlare così tanto di quanto sarà difficile che preferiscono stare alla finestra. La burocrazia alle dogane continua a essere una sfida». Joseph Abisaleh, direttore generale della società di spedizioni di belle arti Convelio Uk, afferma che il calo delle importazioni deriva non solo dalla Brexit ma anche dalle dinamiche del mercato.

«La Brexit ha generato una pletora di complessità aggiuntiva, come la necessità di un numero Eori per l’esportazione o l’importazione, e costi, come quelli di sdoganamento e la taxe forfataire in Francia. Ciò ha sicuramente avuto un impatto sulla facilità di importazione nel Regno Unito, ha affermato. Di conseguenza alcune gallerie hanno scelto di interrompere l’importazione di merci nel Regno Unito; ora stanno cercando di vendere direttamente dai Paesi dove acquistano pezzi, come in Francia, Italia o Spagna». Abisaleh ha aggiunto che i team globali della sua azienda stanno ora assistendo a un «evidente aumento» nelle richieste di spedizioni nel Sud-Est asiatico. «Prevediamo che la crescita della Cina raddoppierà entro la fine del decennio, dal momento che il potere d’acquisto continuerà nei prossimi anni con l’aumento del numero degli ultra milionari», afferma.

Effetto valanga
Secondo gli ultimi dati dei consulenti EY, dall’introduzione della Brexit più di 7mila posti di lavoro nel settore finanziario hanno lasciato il Regno Unito per l’Unione europea. È più difficile trovare dati esatti sul numero di imprese d’arte che si sono trasferite da Londra: subito dopo che il Regno Unito ha lasciato l’Unione europea, una mezza dozzina di gallerie italiane ha chiuso o si è ridimensionata nella capitale. Macquisten pensa che il «vero test» arriverà nell’estate del 2023 «quando avremo superato completamente il Covid». Valentin lo descrive come «un effetto valanga»: «Poiché le principali case d’asta riducono il numero di vendite a Londra, licenziano il personale. Le grandi gallerie seguono il loro esempio. E di conseguenza gli specialisti d’arte si trasferiscono in città dove possono trovare lavoro come New York, Hong Kong, Parigi e Zurigo».

Alcuni avvertono che ciò che accadde a Parigi negli anni Sessanta, quando l’introduzione di un complicato sistema di tasse e royalty sulle vendite di opere d’arte contribuì allo spostamento del mercato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, potrebbe accadere ora alla Gran Bretagna. Per adesso, fattori come la relativa stabilità politica, la qualità della vita, le infrastrutture e l’innovazione fanno di Londra il centro finanziario numero uno in Europa, secondo una classifica del gruppo di esperti Z/Yen. Tuttavia, Fionnuala Rogers ritiene che ciò potrebbe cambiare se non verranno introdotti incentivi per incoraggiare gli specialisti e le aziende a rimanere: «Nel complesso, non stiamo certamente aumentando la nostra esperienza nelle arti a Londra, mentre molti altri Paesi in tutto il mondo stanno investendo denaro nella cultura e attirando talenti. Se non iniziamo a rendere il Paese più attraente per il mercato dell’arte, e se le vendite e le sedi centrali continuano a trasferirsi fuori Londra, allora potrebbe essere troppo poco e troppo tardi».

© Riproduzione riservata