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Fotografia

Letizia Battaglia ha fatto la sua scelta

Alla Casa dei Tre Oci 200 immagini della fotografa palermitana, tra le quali molte inedite

«Pasolini al Circolo Turati», 1972, di Letizia Battaglia. © Letizia Battaglia

Livorno e Venezia. A chi continua a chiamarla fotografa della mafia, Letizia Battaglia ricorda di avere nel suo archivio «moltissime foto della società palermitana, dei poveri, dei poveracci e pure dei ricchi, anche se non mi piaceva fotografarli». Per quanto la sua attenzione vada alla Sicilia martoriata da «Cosa nostra» tra gli anni Settanta e i Novanta, la sua è un’indagine sociale che abbraccia ogni aspetto della realtà.

Ogni inquadratura si trasforma in una domanda a bruciapelo, sia che documenti un assassinio, sia che cerchi il futuro negli occhi di una bambina o la forza tragica nel volto di una vedova di mafia. I temi della sua fotografia si ritrovano tutti in due mostre. La prima, promossa dalla Fondazione Carlo Laviosa, si è tenuta fino al 15 marzo ai Granai di Villa Mimbelli a Livorno (a cura di Serafino Fasulo, catalogo con testi di AA.VV.); la seconda è invece allestita alla Casa dei Tre Oci, a cura di Francesca Alfano Miglietti.

In 200 immagini, tra le quali molte inedite, «Letizia Battaglia. Fotografia come scelta di vita» (dal 21 marzo al 18 agosto; catalogo Marsilio) ripercorre una delle visioni più forti e complete del panorama italiano, dagli esordi ad oggi, in sezioni dedicate via via ai ritratti, all’amore, alla morte, alla vita nelle città siciliane, alla politica.

Nata a Palermo nel 1935, nel 1969 è tra i giornalisti del quotidiano «L’Ora», ma è dal 1971 che comincia a scattare, quando si trasferisce a Milano. Torna a Palermo come fotoreporter nel 1974, a dirigere il team fotografico del giornale. Non si fermerà più: con Franco Zecchin crea il Laboratorio If (Informazione Fotografica); è attivista del Centro Impastato; nel 1985 diventa consigliere ed è assessore nella giunta di Leoluca Orlando; fonda il bimestrale «Mezzocielo»; colleziona premi come lo Eugene Smith e il Cornell Capa Infinity Award; infine nel 2017 inaugura la sua creatura, il Centro Internazionale di Fotografia.

Scrive Francesca Alfano Miglietti che «guardare è stata la sua attività principale, che si è “materializzata” in immagini straordinarie», che hanno macinato tutto: i processi e i giudici sotto scorta, le famiglie nella miseria delle baracche e le stragi per mafia, personaggi come Berlinguer e Pasolini, le rivolte di piazza e i ricevimenti aristocratici, Piersanti Mattarella appena colpito, le feste religiose, la gente e gli animali, il cielo e il mare. In una continua dichiarazione d’amore per la sua «Palermo sofferta», per tutte le bambine e le donne fotografate, che qui richiamano un quotidiano che resiste alla cronaca, e aspira alla felicità.

Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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