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Mostre

Le visioni ibride di Sandy Skoglund

Antologica della fotografa americana curata da Germano Celant

«New revenge of the goldfish», del 1981, di Sandy Skoglund. Foto © Sandy Skoglund, courtesy Paci Contemporary Gallery, Brescia-Porto Cervo

Torino. Apre al pubblico il 24 gennaio, negli spazi di Camera Centro Italiano per la Fotografia, la grande mostra antologica «Visioni ibride», dedicata all’opera della fotografa americana Sandy Skoglund (1946). Realizzata con la collaborazione della galleria Paci contemporary di Brescia e curata da Germano Celant, l’esposizione presenta oltre trenta opere dell’artista, perlopiù di grande formato, che ne ripercorrono la carriera a partire dagli esordi in pieno clima concettuale, negli anni Settanta.

Un interno domestico, scenario di grottesche apparizioni, è fin da subito lo scenario prediletto dall’artista per costruire il suo universo visivo, onirico e surrealista. Come quello delle iconiche «Radioactive cats» (1980) e «Revenge of the goldfish» (1981): stanze a tinta unita in cui si aggirano pesci rossi volanti e gatti fluorescenti, concepiti dall’artista come una «coscienza alternativa» a quella della specie umana, erroneamente ritenuta superiore. Li ritroveremo nelle spettacolari «Fox Games» del 1989 e «The Green House» del 1990, insieme a «True Fiction Two» (1986-2005), serie di venti collage che interpretano con sguardo ironico e spietato lo stile di vita americano contemporaneo.

Tra le opere più recenti, i primi due capitoli di una nuova serie dedicata alle quattro stagioni: «Fresh Hybrid» (2008) e la recentissima «Winter», che sarà esposta a Torino in anteprima mondiale. L’immagine, risultato di oltre dieci anni di lavoro, è accompagnata in mostra, così come molte altre opere, da una serie di sculture utilizzate per la sua realizzazione.

L’esposizione evidenzia infatti non solo l’immaginario visionario dell’artista, ma anche il lungo processo di costruzione dell’immagine da lei compiuto, a partire dalla realizzazione di complesse scenografie. Una forma di resistenza all’istantaneità della fotografia, come descrive la stessa Sandy Skoglund: «Questa fotografia si muove alla velocità di un ghiacciaio».

Fondendo fotografia, installazione e scultura, l’artista si interroga e ci interroga sul nostro modo di stare nel mondo, in equilibrio precario tra realtà e artificio. In concomitanza con la mostra, sarà pubblicato un volume edito da Silvana Editoriale e curato dallo stesso Celant, il primo a esplorare a fondo l’opera dell’artista attraverso un duplice racconto della sua biografia e carriera professionale, accompagnato dalla riproduzione delle opere, contributi critici e un’ampia bibliografia.

La mostra resterà aperta fino al 19 marzo. Fino al 24 febbraio, sarà possibile visitarla insieme a «1969. Olivetti, formes et recherche», una mostra internazionale, curata da Barbara Bergaglio, Marcella Turchetti e Giangavino Pazzola per la Project Room di Camera.

Ilaria Speri, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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