Le tre cose di Francesco Arena

Tra esattezza, bilanciamento e Virginia Woolf, un'intervista in occasione della terza personale dell'artista alla Galleria Raffaella Cortese

Francesco Arena, «Orizzonte Lasco», 2021
Francesca Interlenghi |  | Milano

Galleria Raffaella Cortese si prepara ad accogliere, a partire dal prossimo 8 settembre, la terza personale di Francesco Arena dal titolo «Terza mostra: tre cose». Ulteriore tassello di una sorta di trilogia che condensa lungo la direttrice dei tre spazi della galleria tutta l’intensità e la densità della poetica di questo artista. Bandiera. Fotografia. Trave. «Bandiera linearizzata». «Orizzonte lasco». «Sentenza in sei metri da zero a sessantasei centimetri». Calcolo, numerazione e forme geometriche. Un continuum spazio-temporale tenuto saldamente insieme da linee fisiche e metafisiche. Linea diagonale, orizzontale e perpendicolare. Ma anche linea invisibile che traccia i caratteri sottili e personali dell’autore.

Vorrei partire dall’inizio, dal titolo della mostra. «Cosa» è forse il concetto più complicato che esista, il più mobile e inquieto si potrebbe dire. Tant’è che intervengono qui i numeri (il numero tre in incipit) a renderlo meno incerto e oscuro. A definire le cose.
È vero, come dici tu, che il concetto di cosa è complicato. Per cosa si può intendere qualcosa di oggettuale ma anche qualcosa che oggettuale non è. Anche uno stato d’animo, in un certo senso, è una cosa. Ma, volendo cominciare a definire, questa è la mia terza mostra in galleria e mi sembrava giusto puntualizzarlo, perché il fatto di realizzare mostre diverse in uno stesso luogo espositivo diventa sempre più complesso. Ogni volta bisogna reinventare in qualche modo lo spazio e l'approccio con lo spazio, soprattutto se è così caratterizzante come quello di Galleria Raffaella Cortese. I tre lavori, collocati ciascuno in uno dei tre luoghi espositivi della galleria, come nelle due mostre precedenti, non sono però stati pensati appositamente per l’occasione. Sono piuttosto tre oggetti, tre cose appunto, sulle quali stavo ragionando da un po’, in particolare sulla cosa-bandiera. Ma c’è anche la cosa-trave, elemento ricorrente e che ho già utilizzato altre volte anche per il suo carattere in qualche modo simbolico, essendo la trave un elemento fondante dell’architettura. E la cosa-foto, che si trova all’interno di un libro, parte della linea di un orizzonte non perfettamente dritto.

Guardando a questa mostra mi torna in mente il concetto di esattezza, così come lo descrive Calvino ne Le lezioni americane. «Un disegno dellopera ben definito e ben calcolato e un linguaggio il più preciso possibile», che forse potrebbe essere una bella definizione da prendere a prestito per descrivere il tuo lavoro.
L’opera d’arte è una specie di nocciolo, qualcosa di oggettuale in cui si raggrumano le varie sensazioni e conoscenze. Qualcosa di reale, che ha una vita a sé stante, se vogliamo chiamarla vita, perché c'è un senso del magico che è proprio dell’uomo ed è quello che ha generato l'arte probabilmente. Dalla stratificazione continua di informazioni e notizie, levando, togliendo, viene fuori l’opera d’arte che è una riduzione, un eliminare tutto quello che non è strettamente necessario. Quando capisci che non puoi eliminare più di tanto, che non puoi togliere più niente, vuol dire che sei arrivato all’esattezza. Cioè che l'opera è giusta in quel modo. Per giusta intendo che deve avere anche un giusto rapporto forma/contenuto. La questione formale naturalmente mi interessa molto, credo molto nella forma, nella necessità che l'opera abbia una sua formalizzazione. Penso sempre che l'arte abbia necessità di questa forma anche quando la stessa non è immediatamente decifrabile.

Vengo alla questione del tempo, uno dei tòpoi della tua ricerca, riprendendo la frase incisa sullopera «Sentenza in sei metri da zero a sessantasei centimetri», che recita: «le cose vivono solo nel presente, il passato e la memoria sono una prerogativa del genere umano». Un invito alla riflessione sul rapporto tra la finitudine della condizione umana e la potenziale non-finitezza della condizione oggettuale.
C’è una farse di Virginia Woolf, tratta dal suo libro Al Faro, che sintetizza perfettamente quello che sento rispetto a questo argomento. Una frase estremamente precisa che dice: la pietra che calci con il tuo stivale durerà più di Shakespeare e che ho utilizzato per il mio lavoro «Anello» al Parco archeologico del Colosseo. Ogni giorno abbiamo a che fare con tantissime cose che hanno in realtà una vita molto più lunga della nostra. Cose che esistono da prima di noi e che continueranno ad esistere anche dopo di noi. Le cose hanno una storia che va aldilà della nostra presenza. E sulle cose, siano esse naturali o trasformate dall'uomo per realizzare dei manufatti, resta sempre l'impronta di quello che è stato. L’opera «Anello», per esempio, è un anello di bronzo che circonda una colonna antica, che originariamente era un blocco di pietra e che poi è diventata colonna di un tempio. Ma dopo ancora, tornerà ad essere un blocco di pietra. È interessante per me questo movimento ciclico per cui le cose continuano a vivere e anche quando diventano polvere continuano la loro esistenza. Mi interessa molto il rapporto tra noi e il tempo delle cose, che è un tempo differente. La frase incisa sulla trave nasce da un mio pensiero, dalla consapevolezza che le cose vivono in un continuo presente. Penso che queste riflessioni si siano in qualche modo radicalizzate anche in riferimento alla pandemia. Mi rendo conto che quello che è successo ha accelerato una riflessione che per me era già in atto e che riguarda la nostra transitorietà. A dispetto di un antropocentrismo radicato, la verità è che tutto può benissimo fare a meno di noi. Ci affanniamo così tanto a costruire, a fare, ma non so quanto questa illusione del potere tanto corrisponda poi ad una reale capacità di apprendere tanto. Mi pare anzi che tendiamo ad apprendere sempre meno e che tutto si risolva in una continua accelerazione rispetto alla quale gli oggetti, a un certo punto, si sottraggono.

Eros e Thanatos, finito e infinito, porzioni di presenza e porzioni di assenza. C’è sempre un bilanciamento e un’armonizzazione di forze opposte dentro il tuo lavoro. Come negozi questo perpetuo dialogo tra Caos e Cosmo, tra forme e informe?
Io mi definisco sempre uno scultore, perché penso di fare scultura fondamentalmente e la scultura è fatta di pieni e di vuoti e il vuoto è altrettanto importante quanto il pieno. Eros e Thanatos si contrappongono sempre ma l'opera nasce da un equilibrio, da una tensione interna, dalla capacità di trovare un bilanciamento anche in qualcosa che è apparentemente sbilanciato. L'uso e la giustapposizione di materiali differenti, solidi e fragili, come la pietra e le agende, ma anche il confronto temporale, l’agenda che dura un anno e un blocco di marmo che invece ha impiegato ere geologiche per formarsi: è questa antitesi che crea un equilibrio e uno stallo, un punto in cui le cose sono ferme. L’equilibrio si raggiunge per tentativi ed errori. A volte capisco che le cose si mantengono così, in quel modo, come accade per l’opera «Orizzonte lasco» che presento in questa mostra (l’immagine dello scrittore Thomas Bernhard, pubblicata a doppia pagina nel libro esposto, diventa parte di una linea di orizzonte che corre lungo tutta una parete dello spazio espositivo ndr). Una contraddizione ovviamente, perché se l'orizzonte fosse lasco il libro cadrebbe a terra. Invece c'è bisogno di questo conflitto, di queste forze antitetiche. Servono il muro e il cavo di metallo affinché il libro si regga in quella maniera e l'orizzonte della foto diventi il mio orizzonte visivo. La scultura in realtà è generata dalla forza continua che tiene il libro premuto contro la parete. Per come la intendo io, la scultura è questa. Non è tanto il libro bensì questa forza che non è visibile ma esiste perché è quella che evita che l'orizzonte diventi lasco e il libro cada.

Esplori in questa occasione, forse in maniera più evidente che in altre, la questione del simbolo. Mi riferisco allopera «Bandiera linearizzata»: la bandiera simboleggia luniversale colto nellindividuale, offrendosi a un continuo processo di interpretazione.
Pensando a una bandiera mi è venuta in mente quella americana, un simbolo talmente esatto, perfetto, così perfettamente riconoscibile da avere valenza universale. Era un po' di tempo che non facevo un lavoro che partisse da un'immagine tanto riconoscibile. E siccome spesso smonto le cose per dare loro una concretizzazione diversa, ho pensato che la bandiera si potesse facilmente prestare a questo processo proprio per la sua doppia valenza: quella grafica e quella oggettuale. L’ho smontata e ricollocata in modo tale da farla diventare una diagonale che divide lo spazio espositivo, senza che per questo venga meno la sua riconoscibilità. Oltre che come simbolo, io l’avevo pensata come cosa, come oggetto che perde la sua concentrazione per espandersi nello spazio. Sono due temi, concentrazione ed espansione, che tornano spesso nella mia indagine. Questo è per me più che altro un lavoro sulla forma e sull’immagine, su come viene concepita un’immagine. È politico nella misura in cui è inavvertitamente politica la scelta, che è ricaduta proprio sulla bandiera americana, su quell'immagine così forte e così radicata da essere immediatamente identificabile. Questo forse il punto di vista politico. Ma ogni opera rappresenta per me un punto di vista sulle cose e non mi pongo mai, a priori, la questione del politico.

Vorrei concludere con la bella immagine dello scrittore Thomas Bernhard, quella foto apparentemente casuale che lo cristallizza a ridosso della linea diagonale della spiaggia, chiuso nel suo cappotto, quasi cercasse riparo dal vento. Lui che nel 1968, chiamato a ritirare il Premio Nazionale Austriaco per la Letteratura, commentò: «Ogni cosa è ridicola, se paragonata alla morte». Pensi che anche l’arte lo sia?
In fondo è vero che noi esseri umani diamo grande importanza alle cose che riguardano noi stessi. Cose che sono ridicole se paragonate alla morte. Ma forse l'arte non lo è, forse l'arte si sottrae a questo destino. L’opera ha la capacità di superare il tempo, in qualche modo, e l'arte forse è uno dei pochi mezzi che l’uomo ha a disposizione per cercare di sconfiggere la morte. Secondo me è inevitabile che quando l'artista lavora pensi a questo, che pensi che il suo lavoro debba resistere al fluire del tempo. È anche una sorta di consolazione, a dire il vero. Almeno per me, è un pensiero consolatorio.

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