Le nuove norme dei musei canadesi per coinvolgere le popolazioni indigene

L’associazione dei musei del Paese afferma che le istituzioni devono coinvolgere le culture indigene in «ogni elemento» del loro lavoro

Il Museum of Anthropology presso l’Università della British Columbia a Vancouver ha aperto la strada a politiche che coinvolgono le popolazioni indigene nell’uso ed esposizione di arte e manufatti. Foto Michael Wheatley
Martha Lufkin |

L’Associazione dei Musei Canadesi (CMA) ha pubblicato un rapporto innovativo che chiede di sostenere le organizzazioni, le iniziative e l’autodeterminazione degli indigeni a tutti i livelli delle operazioni e posizioni museali. Il rapporto guarda al rimpatrio dei beni indigeni presso le istituzioni canadesi, ma «va ben oltre questo», includendo il principio dell’autodeterminazione, definito come «l’ottenimento da parte dei gruppi indigeni del controllo sull’insieme dei diritti di autogoverno in tutti gli aspetti della loro vita politica, sociale, economica e culturale», afferma Rebecca MacKenzie, direttore delle comunicazioni della CMA.

Il rapporto sollecita leggi e finanziamenti affinché i musei canadesi collaborino al meglio con le popolazioni indigene in conformità alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP) del 2007. Il Canada ha emanato una legge per allinearsi alla dichiarazione nel 2021. «Ogni elemento del modo in cui i musei svolgono il loro lavoro può avere implicazioni nell’ambito dell’UNDRIP», spiega MacKenzie.

«Se il lavoro coinvolge le popolazioni indigene, queste ultime devono avere la leadership e l’autorità su quel lavoro. I musei devono prendere spunto dalle popolazioni indigene per quanto riguarda la gestione delle collezioni, le mostre, le operazioni quotidiane del museo e le promozioni di carriera. Potreste non avere oggetti indigeni nella vostra collezione, ma trovarvi su una terra indigena, e avere popolazioni indigene come visitatori».

Il CMA chiede «finanziamenti affidabili e permanenti per le organizzazioni e i centri culturali a guida indigena, per garantire la presenza di una leadership indigena con cui i musei possano collaborare», aggiunge MacKenzie, «e un investimento governativo più consistente in generale» per sostenere l’attuazione dell’UNDRIP.

Il rapporto risponde a un appello all’azione lanciato nel 2015 dalla Commissione Canadese per la Verità e la Riconciliazione (TRC), che ha chiesto finanziamenti federali per la CMA affinché collabori con le popolazioni indigene per rivedere le politiche e le pratiche dei musei canadesi e formulare raccomandazioni per rendere i musei più conformi all’UNDRIP.

Le raccomandazioni del CMA richiedono leggi e finanziamenti a sostegno delle restituzioni, lo sviluppo di strategie coesive per le collezioni e una strategia nazionale per lo sviluppo professionale degli operatori museali. Secondo il rapporto, i musei dovrebbero adottare una «governance indigena significativa con autorità decisionale», anziché limitarsi ad avere «organi consultivi». Il rapporto si inserisce nel contesto dell’esame in corso da parte del Canada delle pratiche storiche nei confronti delle popolazioni indigene, documentate nelle conclusioni del 2015 del TRC. Il rapporto ha rilevato che per oltre un secolo il Paese ha cercato di sopprimere i governi e i diritti degli indigeni nel tentativo di promuovere l’assimilazione, anche nelle scuole residenziali dove migliaia di bambini sono morti in quello che il TRC ha definito un «genocidio culturale».

Il rimpatrio è ancora difficile
«I musei e gli sforzi coloniali sono inestricabilmente legati alla cancellazione della storia delle nazioni indigene», si legge nel rapporto del CMA, che include «l’estrazione di resti ancestrali e beni culturali indigeni». Il rapporto aggiunge che, in base alle testimonianze delle comunità indigene e ai dati attuali sulle collezioni, «la frequenza e la qualità dei rimpatri dai musei canadesi non sono conformi all’UNDRIP» perché, tra le altre ragioni, «il potere... [è] ancora detenuto dai musei» sulle politiche e sulle collezioni, «rendendo difficile il rimpatrio» per le comunità indigene.

«I musei devono abbandonare il senso di proprietà e superare il senso di paura nel cedere le loro “cose”», si legge nel rapporto, citando una tavola rotonda di coinvolgimento della comunità del 2021 presso il Burnaby Village Museum nella British Columbia, uno di una serie di eventi che hanno coinvolto comunità indigene, professionisti museali indigeni e istituzioni partner consultate per il rapporto. Un’indagine governativa del 2019 ha indicato che circa 6,7 milioni di manufatti culturali indigeni sono conservati presso le istituzioni del patrimonio nazionale, circa due milioni in Ontario, Manitoba e Québec e circa 310mila in British Columbia.

Il rapporto afferma che gli oggetti da considerare per il rimpatrio includono non solo resti ancestrali e oggetti culturali, ma anche informazioni associate come «risultati di ricerche, fotografie, opere d’arte, mappe, documenti d’archivio, canzoni, piante, semi, registrazioni linguistiche, materiale digitale» e qualsiasi altra cosa relativa a «conoscenze tradizionali, culture, storie e proprietà intellettuale» dei popoli indigeni. I musei devono riconoscere che «i popoli indigeni hanno la sovranità intellettuale su tutto il materiale creato da o su di loro», nonché «il diritto di controllare l’accesso» al materiale.

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