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Mostre

Le Madame Reali tornano a Palazzo Madama

Consorti francesi dei duchi, governarono le arti e la politica del Piemonte

Ritratto equestre di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours attribuito a Giovanni Luigi Buffi, terzo quarto del XVII secolo, Torino, Palazzo Madama (particolare)

Torino. Il potere come comandamento supremo, la vocazione al maneggio diplomatico e alla guerra per ampliarlo, la creazione di un teatro artistico per rappresentarlo, la devozione religiosa per legittimarlo, l’orgoglio dinastico per nobilitarlo: sono le impronte genetiche del sovrano assoluto di ogni tempo, in particolare dell’Europa del Seicento e del Settecento.

Quando questi tratti fondamentali sono declinati al femminile, e di sovrane si tratta anziché di maschi coronati, la storia e le storie si arricchiscono di suggestioni e colori affascinanti, e la tentazione del romanzo è dietro l’angolo. Una tentazione respinta in nome del rigore storico artistico da una mostra che si apre il 21 dicembre.

Protagoniste le Madame Reali. Due le principesse che ebbero dalla voce popolare questo titolo, «regnando» in qualità di reggenti nel Piemonte sabaudo. Entrambe francesi, entrambe trapiantate per effetto delle alchimie diplomatico-nuziali dagli splendori parigini a questo angolo pedemontano d’Italia che la Francia considerava, a torto, una sua provincia.

La prima fu Cristina di Borbone-Francia (1606-63), figlia di Enrico IV e sorella di Luigi XIII, sposa del duca di Savoia Vittorio Amedeo I. La seconda Maria Giovanna Battista di Nemours (1644-1724), cugina di Luigi XIV il Re Sole, sposa di Carlo Emanuele II di Savoia. Doppio orgoglio dinastico dunque, francese e sabaudo, in entrambe. Soprattutto nella prima, uno spirito indomito di difesa dell’indipendenza e della dignità della nuova patria, o di quel tanto che lo strapotere d’oltralpe consentiva. Vedove anzitempo, Cristina nel 1637 e Giovanna Battista nel 1675, furono Reggenti in nome dei figli minorenni, la prima di fatto per oltre venticinque anni e fino alla morte, la seconda fino a che il figlio Vittorio Amedeo II la «detronizzò», nel 1684.

Costumi parigini furono importati dalle due Madame alla corte torinese, lussi, feste e spettacoli mai visti da queste parti, raffinatezze d’abiti e di gioielli, stili di vita liberi (per non dire dissoluti) sconcertanti per i torinesi e destinati ad alimentare la letteratura popolare tardo ottocentesca. Le biografie delle due regine senza corona sono intriganti, complesse e turbinose, con vicende nello stesso tempo simili e diverse, e un comune finale di invasamento religioso e automortificazione penitenziale.

Grandi meriti riconosce loro la storia dell’arte. Nell’arco di cent’anni, da quando Cristina arriva a Torino sposa tredicenne nel 1619 fino alla morte di Giovanna Battista nel 1724, le Madame Reali contribuiscono in modo determinante alla grande stagione del Barocco torinese e degli esemplari sviluppi urbanistici della capitale. A Cristina si devono fra l’altro il Castello del Valentino e la Vigna di Madama Reale sulle pendici della collina, che furono anche scrigni di decorazioni e preziosi arredi (questi ultimi scomparsi). A Giovanna Battista la trasformazione del fortilizio medievale di Piazza Castello in splendida residenza, capolavoro architettonico di Filippo Juvarra e compendio emblematico delle arti della pittura e della decorazione: una specie di secondo palazzo reale a due passi da quello effettivo, dimora di una regina-madre estromessa dalla politica ma non dalla regia delle arti.

Nella mostra «Madame Reali: cultura e potere da Parigi a Torino. Cristina di Francia e Giovanna Battista di Savoia Nemours (1619-1724)» centoquaranta opere ricostruiscono i percorsi di due esistenze eccezionali, sullo sfondo di un’età che diede a Torino la prima impronta di grandezza artistica e urbanistica e le aprì orizzonti e relazioni internazionali. Dipinti, arredi, tessuti, gioielli, oreficerie, ceramiche, disegni, incisioni provengono, oltre che da raccolte private, da collezioni pubbliche italiane ed europee, fra le quali gli Uffizi, il Prado e Versailles.

Tra gli artisti rappresentati Anton Van Dyck, Simon Vouet, Antonio Tempesta, Giovenale Boetto, Charles Dauphin, Filippo Juvarra. La rassegna è frutto dell’ideazione e degli studi delle due curatrici, Clelia Arnaldi di Balme e Maria Paola Ruffino: «Il nostro lavoro, commentano, è stato quello di storiche dell’arte, ma dobbiamo confessare anche un po’ di coinvolgimento emotivo. Nel motto di Cristina c’è un termine che vale anche per Giovanna Battista: fermeté, determinazione. In queste due donne abbiamo trovato nello stesso tempo la conferma del mito della femminilità e la smentita del mito della fragilità femminile. Non ci sembra poco, visto che parliamo di tre secoli fa».

La realizzazione espositiva è di Loredana Jacopino, la sede un teatro di magnificenza quanto mai pertinente, proprio la residenza della seconda principessa, cioè Palazzo Madama. Quattro mesi e mezzo di apertura: fino al 6 maggio.

Roberto Antonetto, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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