Le fiabe simboliche di Kiki Smith

L'artista americana porta a Roma, alla Galleria Lorcan O’Neill, l’ultimo suo ciclo di sculture e dipinti

«Sentry» (2020) di Kiki Smith
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Kiki Smith porta a Roma, alla Galleria Lorcan O’Neill, dal 31 maggio al 22 luglio, l’ultimo suo ciclo di sculture e dipinti. Sono i più recenti frutti del mondo creativo dell’artista americana, che non tradisce la sua vena visionaria e il suo gusto per le allegorie. Quindi sculture in bronzo di animali (gufi, capre, aquile, asini) e corpi umani, perlopiù femminili, trasfigurati a volte in quelli di sirene che portano il volto dell’autrice e, incastonate sulla pelle, le stelle del suo segno zodiacale.

Astrologia, mitologia, antropologia sono le tre sorgenti prime delle fiabe simboliche di Kiki Smith, delle sue enigmatiche metafore del rapporto dell’uomo con l’animale, e in genere con l’universo. Il tono è quello delle culture arcaiche, le tecniche sono quelle tradizionali, ma il messaggio è del tutto attuale. Figlia dello scultore minimalista Tony Smith e della cantante lirica Jane Lawrence, Kiki Smith decise il suo affondo nei grandi temi della vita al momento della morte della giovane sorella Beatrice, nel 1988, per Aids. Un corso di pronto intervento medico poco prima le aveva ispirato il valore profondo del funzionamento del corpo.

La scelta linguistica, tuttavia, fu in direzione direttamente inversa a quella del padre, ovvero verso una figurazione affabulatoria, dai significati sempre aperti. L’artista americana ha così cercato dentro sé e dentro la storia plurimillenaria degli uomini, quei motivi e quelle formulazioni espressive, volte a ipotizzare risposte ai grandi e sempiterni quesiti della vita. Lo fa in genere con la ceramica, il vetro, il bronzo, la cera d’api, oppure con disegni, arazzi o incisioni calcografiche, ritenendosi un’artista contemporanea che necessita della storia.

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