Le feste sovversive di Dubuffet

Nella retrospettiva al Guggenheim di Bilbao quarant’anni di valori selvaggi

Jean Dubuffet, «Parasign LXIII (Parachiffre LXIII)», 1975. Solomon R. Guggenheim Museum, New York, dono, The American Art Foundation. © Jean Dubuffet, VEGAP, Bilbao, 2022
Alessandra Ruffino |  | Bilbao

Il Museo Guggenheim, con il patrocinio di BBK, presenta dal 25 febbraio al 21 agosto «Jean Dubuffet: fervente celebrazione», mostra dedicata all’artista francese noto anche per aver dato visibilità all’Art Brut. L’esposizione, a cura di David Max Horowitz, raduna circa 30 opere (che arrivano a quasi un centinaio, prendendo in considerazione i singoli fogli di quattro serie di litografie)  appartenenti ai fondi del Solomon R. Guggenheim Museum di New York e della Peggy Guggenheim Collection di Venezia, offrendo una panoramica sull’opera di Dubuffet, a cui il museo newyorkese consacrò tre retrospettive (1966, 1971, 1981).

La galleria 105 del museo bilbaino, suddivisa in tre sezioni grazie a due pareti costruite ex novo, offre un percorso cronologico nel personalissimo alfabeto dell'artista francese che dagli anni Quaranta s'inoltra fino alla sua scomparsa, alla metà degli anni Ottanta. Per la prima volta sono esposte insieme le sculture «Logogriphe aux pales» e «Logogriphe à la grimace», entrambe realizzate  il 31 marzo 1969 e oggi rispettivamente a Venezia e a New York. Sempre da New York, e mai vista prima in Europa, è «Le chien», una delle due vele che Dubuffet realizzò nel 1976 per una barca: esempio emblematico della capacità di Dubuffet di fare arte partendo da elementi del quotidiano.

È stato tante cose, Jean Dubuffet (1901-1985): sperimentatore indefesso, irascibile autodidatta, antagonista dei valori culturali, paladino dell’arte di dilettanti e non-professionisti, pamplettista irruente, partigiano del disordine. Nei quattro decenni di una carriera internazionale di prim’ordine (non male per uno che fino ai 42 anni s’era occupato degli affari di famiglia, una famiglia impegnata da generazioni in un prospero commercio di vini), Dubuffet ha esperito diverse tecniche e linguaggi (collage, litografia, scultura, musica, architettura), invalidando nei fatti la convenzionale opposizione astratto/figurativo.

Nel suo cammino di ricerca, ha dato corpo a serie in successione: dalle prime prove del 1943-’44 dedicate all’Uomo comune alle «Hautes pâtes», dalle materiologie e testurologie degli anni ’50 via via fino alle ultime serie, tra cui i Non-luoghi e i «Théâtres de mémoire», passando per l’«Hourloupe» (1962-1971), la suite che, con gli inconfondibili grafismi blu-nero-rossi che debordano in ogni dimensione (compresa quella performativa che toccò il suo apice nel balletto di sculture animate «Cocou Bazar»), è tra le sue più popolari.

Interessato al rapporto tra percezione e realtà, nonostante le scalmane sovversive e gli anatemi contro l’asfissiante cultura, Dubuffet è stato, come asserì egli stesso, un artista fondamentalmente filosofico che per tutta la vita ha affiancato alla creazione plastica e pittorica l’attività letteraria.

Ricusando le produzioni artistiche spiranti disperazione e angoscia, Dubuffet ha esaltato sempre, nell’arte, la capacità di svelare l’inconsueto e provocare ebbrezza. E se, come annunciava nei suoi primi scritti (Prospectus aux amateurs de tout genre, 1946), l’arte deve essere una festa dello spirito, ben venga la fervente celebrazione del museo basco. Non l’unica, peraltro: all’importante retrospettiva in corso fino a giugno alla Fondation Gianadda di Martigny, farà seguito (dal 10 settembre) un’altra ampia esposizione dubuffetiana nella sede parigina della Galerie Bucher Jaeger.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Alessandra Ruffino