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Le Alpi Apuane sventrate

Paesaggio e turismo naturalistico messi sotto scacco dagli interessi devastanti dell’industria estrattiva. Associazioni e cittadini mobilitati

Le cave di Michelangelo oggi producono soprattutto polveri di marmo per mattonelle, colle industriali e sbiancanti per dentifrici. E le Apuane non sono più un paradiso naturalistico. Foto di Gianluca Briccolani

Non se ne parla, ma le Alpi Apuane sono ormai tra le più grandi emergenze ambientali del Paese, un disastro trascurato dalla politica ma inserito tra i «43 paesaggi del Pianeta, scenari di disastri planetari più distruttivi al mondo» dall’équipe internazionale di scienziati (tra cui Paul Crutzen, premio Nobel per la Chimica nel 1995) e prestigiosi consulenti del recente e premiatissimo documentario «Antropocene. L’Epoca umana» di Edward Burtynsky.

In Toscana la distruzione della natura e insieme la scomparsa del turismo ambientale sulle Alpi Apuane, fino a pochi anni fa descritte nelle guide specializzate come «il paradiso naturalistico della regione», riaccende polemiche da anni alimentate, con scarsa attenzione dei media, solo dai gruppi ambientalisti come Legambiente, Wwf, Italia Nostra, «Salviamo le Apuane» e altri. Denunciano la scomparsa di sorgenti e fiumi carsici, flora e fauna della fragile catena montuosa nel nord della Toscana, famosa per le sue cave di marmo pregiato scelto da Michelangelo e per secoli da tutti i grandi scultori.

Da decenni solo lo 0,1% del marmo estratto viene usato per la produzione artistica, mente il 25% viene macinato, polverizzato e trasformato in carbonato di calcio che inquina, soffoca gli abitanti e copre di «bianco come neve assassina» i 22 Comuni delle due Province di Lucca e Massa Carrara, dove si estendono i 21mila ettari del Parco delle Apuane. Il marmo viene così trasformato in mattonelle, colle industriali, pneumatici, sbiancanti per dentifrici, usato nei prodotti cosmetici ecc.

Un tempo le Alpi Apuane erano un paradiso naturalistico e ambientale in un paesaggio incontaminato. Chi dovrebbe vedere e fermare il massacro «in realtà conosce e tace: l’industria estrattiva è fonte di guadagni ingentissimi, dice Eros Tetti, fondatore del movimento “Salviamo le Apuane”. Eppure il disastro si può osservare facilmente dall’alto, con le mappe satellitari di Google e semplici droni. Il bianco abbagliante che copre tutto non sono ghiacciai ma il colore delle cave». Fino a pochi anni fa quelle montagne erano un paradiso di biodiversità capace di ospitare buona parte delle varietà vegetali del Paese e per queste speciali caratteristiche erano state incluse, nel 2011, tra i Geoparchi mondiali dell’Unesco.

Oggi la situazione è cambiata. Esistono «165 cave attive e 510 inattive ma potenzialmente riattivabili» (censimento 2018-19 dell’Università di Siena-Centro di Geotecnologie). L’80% di queste cave è circondato dall’area tutelata del Parco regionale istituito nel 1997 per «perseguire il miglioramento delle condizioni di vita delle comunità locali mediante la tutela dei valori naturalistici, paesaggistici e ambientali con equilibrato rapporto tra attività economiche ed ecosistema».

Sarebbe quindi «fuori legge» dicono, inascoltate da anni, le associazioni ambientaliste a cui si sono aggiunte le 80mila firme degli abitanti dei Comuni del Parco. Già nel marzo 2013 Italia Nostra denunciava che, da un paio d’anni almeno, il taglio di fianchi delle montagne non avveniva più con le scavatrici tradizionali, ma soprattutto con devastanti nuove macchine «che affettano la montagna come se le rocce fossero panini di burro».

Furono convocati a Lucca i membri dell’Unesco per visionare il documentario che illustra la «nuova grande devastazione, un ecocidio che sottrae ogni anno alle Apuane, trasformate in bacino estrattivo, 5 milioni di tonnellate di marmo pregiato sbriciolato in polvere anche oltre i 1.200 metri di altitudine. Cime e rocce soggette a devastanti frane e avvelenamento dei corsi d’acqua senza alcun beneficio per le popolazioni locali che puntano al turismo culturale ed ecologico». La segretaria generale del Consiglio internazionale del Cinema e della Televisione (Citc) dell’Unesco, Lola Poggi Goujon, si è impegnata a far conoscere il documentario ai membri della Ong.

Lo scorso agosto una delegazione Unesco ha visitato le Alpi Apuane per decidere se il Parco potrà ancora fregiarsi del titolo di Geopark Unesco. Le sue decisioni saranno rese note a primavera 2020. Ma come è possibile che i responsabili del Parco Regionale delle Apuane, compromesso e devastato dalle cave fino al suo interno e mostrato e descritto anche dalle immagini di alcune mostre fotografiche del Club Alpino Italiano (come «Macelleria ambientale: l’immane sofferenza delle montagne vittime costanti di rapina»), permettano lo scempio?

Secondo la direzione del Parco il problema non esiste: «Le zone contigue di cava rappresentano meno del 4% del totale del Parco. Il restante è tutelato». Ma l’Amministrazione del Parco, nel consentire le attività estrattive nelle «aree contigue di cava» adiacenti il Parco, non avrebbe tenuto conto dei tanti vincoli ambientali, compreso quello paesistico, previsto dall’art. 142 del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio che tutela «le zone del Paese in cui sono situati laghi, fiumi, torrenti, corsi d’acqua, cicli glaciali, parchi, boschi e zone a interesse civico e archeologico».

Negli ultimi 20 anni si è cavato dalle Apuane più che nei 2.000 anni precedenti: ogni anno sono spariti un milione e mezzo di metri cubi di marmo. L’industria estrattiva in mano ad alcune multinazionali, affermano Legambiente, Italia Nostra, Wwf e l’onlus Gruppo d’Intervento Giuridico, è molto redditizia ma solo per i pochi titolari delle attività estrattive. Fra questi spicca la famiglia Bin Laden che con la sua Cpc Marble & Granite Ltd ha acquistato nel 2014 il 50% della Marmi Carrara sborsando alle 4 famiglie proprietarie 45 milioni di euro.

Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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