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Restauro

Lavori in corso alla Fondation Vasarely

Il centro fondato nel 1966 dal 2007 restaura le Integrazioni architettoniche

La facciata della Fondation Vasarely. © Fondation Vasarely

Ci sono luoghi che incuriosiscono già a prima vista, senza per questo svelarsi subito. La Fondazione Vasarely ad Aix-en-Provence è senz’altro uno di questi. L’edificio, vincolato dal 2013, è un insieme di grandi alveoli bianchi e neri che si stacca dal verde della collina su cui sorge, appena fuori dal centro città, annunciando la propria unicità già dall’esterno.

Si tratta di un Centro culturale ed espositivo interamente voluto, concepito, finanziato e realizzato dall’artista Victor Vasarely (1906-97). In Francia il nome è noto, in Italia meno, anche se elementi del suo lavoro sono stati sotto gli occhi di tutti per anni. Un esempio: il rombo infinito nero, logo della casa automobilistica Renault®. All’origine, nel 1966, la Fondazione era organizzata su due poli, complementari e distinti: un museo didattico, nel castello di Gordes-Vaucluse, chiuso alla morte dell’artista, e il Centro architettonico, attivo, con qualche pausa, dal 1976.

Ora come allora, l’attività del Centro ricalca il lavoro dell’artista. Pascale Girard e Camille Schreiber, rispettivamente responsabile e assistente del polo collezione e mostre, ci illustrano come la missione della Fondazione si concentri su due assi. Da un canto l’azione culturale, divulgativa e di ricerca nell’ambito internazionale delle arti del XX e XXI secolo, promuovendo i collegamenti tra arte, architettura, urbanismo e nuove tecnologie; dall’altro sulla parte espositiva aperta al pubblico.

Quest’ultima si articola in sette sale-alveoli, caratterizzate dalla presenza delle integrazioni architettoniche: 44 opere monumentali realizzate con materiali e tecniche diverse, spesso miste (alluminio, tappezzerie, smalti di Briare, ceramica di Delft, pitture su intonaco, legno, cartone ecc.) e, per la quasi totalità, integrate alle pareti degli alveoli. L’insieme che ne risulta è un manifesto del lavoro dell’artista, esponente di punta dell’Optical Art.

Nel 2017 la Fondazione ha avviato una campagna di restauro di questa collezione, integrando così alla propria missione anche la loro conservazione. Julia Hartmann, restauratrice della Fondazione, ci ha spiegato come tutte le integrazioni abbiano sofferto dell’assenza di impianti di climatizzazione, realizzati proprio prima di iniziare i restauri. Da allora, per due anni, gli interventi hanno riguardato le urgenze. Soltanto dopo è stato possibile avviare una programmazione, raggruppando le opere in lotti per similarità tecnico-materica e prevedendo per ognuno di essi lo studio preliminare agli interventi di restauro.

Proprio la realizzazione dello studio preliminare al restauro di due integrazioni, «Zett» e «Tridim Blanc», è stato un momento privilegiato per la loro conoscenza, per me ingegnere, e per Emilie Faust ed Hélène Charbey restauratrici. Momento che ci ha anche permesso di confrontarci con i risvolti materici dei concetti di illusione e integrazione, ma anche con il senso stesso di quest’opera nel suo complesso. Da un punto di visto conservativo, concordiamo sull’importanza e i vantaggi di un approccio investigativo globale alle opere d’arte monumentali, in cui tutti i materiali costituenti, insieme ai fattori ambientali e le loro interazioni influiscono sulla conservazione.

Nello specifico, «Zett» è un’integrazione composta da moduli di cartone multistrato, tondi e quadrati sovrapposti, mentre «Tridim Blanc» è in moduli geometrici di MDF (pannelli di fibra a media densità). L’aspetto tecnico che le accomuna è la finitura con pittura poliuretanica industriale a marchio NEXTEL®, nota per le sue proprietà ottiche. Victor Vasarely sceglieva meticolosamente i materiali, dalle finiture, ai supporti, ai sistemi di fissaggio. Purtroppo oggi alcuni di questi versano in un pessimo stato di conservazione, smorzando così gli effetti ottici, così cari all’artista.

Il «Tridim Blanc», ha richiesto un approccio strutturale e architettonico più ampio, poiché il muro in calcestruzzo armato che integra l’opera presenta una fessurazione orizzontale, minima dal punto di vista strutturale, ma rilevante dal punto di vista della sua finitura e pittura. La diagnostica di quest’alterazione è partita dall’analisi del manufatto e dalla documentazione tecnica d’archivio, per estendersi, ai fattori ambientali, compreso lo studio dell’irraggiamento solare. Ricalcando di fatto, spontaneamente, uno schema analogo a quello percorso dall’artista per la creazione di tutta l’opera: la Fondazione.

Infatti, già dai documenti d’archivio emerge come Vasarely abbia seguito l’intero progetto in ogni sua parte, anche quelle per le quali ci si sarebbe aspettata una legittima delega ad altre competenze, come gli aspetti strutturali. La consultazione del progetto esecutivo originale ha permesso di comprendere come l’edificio stesso sia un’integrazione e come questo artista avesse una visione d’insieme, che è riuscito a trasmettere in ogni aspetto e sotto ogni punto di vista.

La Fondazione Vasarely e il suo contenuto rappresentano ciò che l’artista riteneva essenziale: portare l’arte nella vita quotidiana di tutti, occuparsi dello spazio urbano introducendo superfici decorate con motivi colorati nell’architettura degli edifici, un risultato di «la cité polychrome du bonheur», l’utopia sociale così cara a Victor Vasarely.

Guardare all’opera di Vasarely oggi, con la consapevolezza che l’attuale situazione pandemica produrrà degli irreversibili cambiamenti sociali, fa riflettere sui valori che esprime e sull’importanza del preservarli. Visioni come questa, che interpella le arti, l’architettura e l’urbanistica nelle loro responsabilità sociali, saranno una risorsa al cessare dell’incombente distanziamento sociale, oggi anche fisico, ma immaterialmente e gradualmente in atto ormai da tempo.

Simona Sajeva, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA

  • «Tridim Blanc» di Victor Vasarely. ©  Fondation Vasarely

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