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Opinioni

La Venere di Frunze

Marco Riccòmini sulle tracce di quella che tutti chiamavano la «Venere di Arles»

La Venere di Frunze

Divide una stanza, dal parquet consunto e scricchiolante, con la bella di Milo, che non la degna d’uno sguardo, senz’altro invidiosa delle sue braccia (se solo sapesse che sono protesi, impiantate a metà Seicento dal «chirurgo» francese François Girardon), e con quel vanesio d’un «Prigione» che, alzando la canotta per scoprire il petto, sembra che non aspetti altro che il flash della Polaroid di Mapplethorpe (e figurati se ti degna d’attenzione). Si direbbe già d’una certa età, anche se (capirete) non è da me chiederle gli anni.

Sarà giunta fin qui forse in dono da Parigi, via Leningrado; un viaggio lungo, a quel tempo, e non privo d’insidie per un fragile calco in gesso. A casa sua (ossia al Louvre di Parigi) tutti la chiamavano la «Venere di Arles», perché veniva dalla Provenza. Le sarà pesato lasciare il tepore di quel meridiano per trasferirsi tra i monti perennemente innevati dell’Alatau, dove nessuno parlava la sua lingua quando, sul biglietto del treno, in caratteri che le ricordavano la sua lingua madre, lesse: «Frunze».

Se oggi lo cercaste scoprireste che era il nome che i bolscevichi diedero nel 1926 al borgo di Pishpek, nella Regione di Cuj, in onore di Michail Vasil’evich Frunze (1885-1925), comandante al tempo della Guerra Civile Russa, che vi nacque. Ribattezzata Biškek, è diventata la capitale del Kirghizistan, lo stato, un tempo parte del Turkestan russo, oggi compresso tra il Kazakistan a settentrione, la Cina a oriente, il Tagikistan a meridione e l’Uzbekistan a occidente.

Si dice che l’originale fosse uscito dallo scalpello di Prassitele, che avrebbe sorriso al pensiero che una sua invenzione potesse un giorno finire ai confini delle terre emerse; seppure a un passo da dove sarebbe giunto, di lì a non molto, il grande Macedone (ma questo, lo scultore ateniese, non poteva ancora saperlo).

Brilla lattea nella penombra della stanza del locale museo che divide con altri calchi, e stringe ancora tra la punta delle dita la mela assegnatale da Paride. Come un’atleta che, sul finire della vita, porti al collo la medaglia vinta da ragazza, a ricordare a tutti, anche lontano dagli Urali, chi si aggiudicò la fatidica gara.

Marco Riccòmini, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

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