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La storia consolidata di Arte Fiera

Il direttore artistico Simone Menegoi lancia un progetto articolato tra una Main Section e tre sezioni di taglio curatoriale su invito

Bologna. Accusa certamente la concorrenza di manifestazioni più giovani o di maggiore respiro internazionale, eppure continua a essere l’appuntamento fieristico italiano più atteso, l’apertura col botto di ogni nuovo anno dell’arte contemporanea: Arte Fiera, a Bologna dal 24 al 26 gennaio (vernice il 23 gennaio) sa creare intorno a sé aspettative e attenzione.

Il direttore artistico Simone Menegoi è consapevole tanto di questa storia consolidata quanto della necessità di introdurre innovazioni negli schemi espositivi e nelle proposte, e lancia un progetto articolato tra una «Main Section» (che tra nuove adesioni e ritorni di qualità è caratterizzata da gallerie con stand a prevalente vocazione monografica) e tre sezioni di taglio curatoriale su invito, affidate a specialisti dei diversi ambiti e concepite come vere e proprie mostre in grado di definire idee e tendenze.

Innovativa e persino vagamente provocatoria appare «Pittura XXI», a cura di Davide Ferri, che rivendica la radicale attualità di questo linguaggio, ancora centrale nel sistema economico dell’arte internazionale. Sposta un po’ indietro il baricentro cronologico e semantico la sezione «Focus», la cui curatrice di quest’anno, Laura Cherubini, si concentra sulle rivoluzioni nella pittura italiana tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’70.

Continua sulla linea inaugurata lo scorso anno «Fotografia e immagini in movimento», vetrina dedicata a video e fotografia e alle loro contaminazioni con gli altri linguaggi dell’arte contemporanea, di nuovo affidata alla piattaforma curatoriale Fantom (Selva Barni, Ilaria Speri, Massimo Torrigiani e Francesco Zanot).

Completa la ricognizione «OPLÀ - PerformingActivities», a cura di Silvia Fanti (Xing), che mette in scena interventi performativi firmati da Alessandro Bosetti, Luca Vitone, Zapruderfilmmakersgroup e Jimmie Durham, Leone d’Oro alla carriera della 58ma Biennale di Venezia.

Infine, i visitatori saranno accolti da «Welcome», una grande installazione di Eva Marisaldi, artista simbolo di questa edizione, che realizzerà anche interventi diffusi, a tracciare il segno della relazione tra i padiglioni fieristici e la città. Nella sua globalità, dunque, un progetto che respira in molte direzioni, in cui Simone Menegoi ha espresso con chiarezza la sua intenzione di coniugare prospettive aperte e ricerca di qualità.

Questa nuova edizione di Arte Fiera propone riconferme, come l’attenzione per l’ibridazione dei linguaggi nella sezione «Fotografia e immagini in movimento», ma anche diverse novità rispetto al passato. Che cosa ha insegnato la scorsa edizione e quali prospettive ha aperto?

Innanzitutto, la prima edizione ha confermato la mia ipotesi che quella di creare delle sezioni curate sia una mossa vincente. Il successo, sia di vendite sia di critica, della sezione «Fotografia e immagini in movimento» ha creato le premesse per le due nuove sezioni che inaugureremo nel 2020: «Focus» e «Pittura XXI». Anche la scelta di ridurre il numero degli artisti per stand si è rivelata opportuna. A dispetto di alcune perplessità iniziali, è stata sostenuta dalla stampa, dal pubblico e infine, attraverso un sondaggio commissionato da Bologna Fiere, dai galleristi stessi. La prima edizione ha confermato infine l’importanza di sostenere il collezionismo con inviti mirati, comprensivi di ospitalità (abbiamo accolto 350 collezionisti italiani e stranieri, contiamo di superare questo numero nel 2020) e di curare il più possibile l’accoglienza del pubblico, a partire dalla ristorazione.

Quale profilo di collezionista ha avuto maggiormente in mente nel definire la struttura di questa nuova edizione? O meglio, c’è un collezionista classico dal quale si aspetta una presenza continuativa, e un nuovo profilo di collezionista potenziale che per lei rappresenta una sfida?

Il mio obiettivo è far sì che il pubblico trovi ad Arte Fiera un’offerta molto varia in termini di prezzo, medium ed epoca: dal giovane artista-fotografo che costa qualche migliaio di euro, al pittore storicizzato da centinaia di migliaia di euro. A un’offerta così varia deve evidentemente corrispondere un collezionismo altrettanto vario, dal giovane che vuole cominciare una collezione all’intenditore che cerca un pezzo importante per una collezione già molto vasta e strutturata. Verosimilmente, il secondo sarà un cliente di vecchia data di Arte Fiera, di cui bisogna tener vivo l’interesse, mentre il primo sarà un nuovo acquisto, da attirare in fiera con proposte di gallerie affini. L’appuntamento del 2020 troverà Arte Fiera pronta su entrambi i fronti.

Si può considerare realistica l’idea che un evento veloce come una fiera possa essere l’occasione per educare al collezionismo? Ad esempio a un collezionismo «etico», che condivida e affianchi le idee dell’artista, o comunque un collezionismo consapevole, più lungimirante e meno speculativo?

Si può «formare» il collezionismo in vari modi e in varie sedi. A riguardo, il compito di una fiera è quello di dare il buon esempio selezionando proposte, appunto, non speculative e lungimiranti, e gallerie che lavorano in modo corretto e trasparente.

Ci sono novità importanti nella «Main Section»? Preferisci tracciare un segno di continuità o di discontinuità rispetto alle presenze tradizionali della storica fiera bolognese?

Le novità della «Main Section» consistono nel ritorno ad Arte Fiera di molte gallerie significative nei rispettivi ambiti. Cito qualche nome: Giorgio Persano di Torino, Galleria d’Arte Maggiore G.A.M. di Bologna, Il Ponte di Firenze, Galleria Fonti di Napoli, Francesco Pantaleone Arte Contemporanea di Palermo e Milano. E a questi vanno aggiunti i nomi, non meno significativi, delle gallerie nelle sezioni curate. Ma potrei dire, in modo altrettanto plausibile, che si tratta di segnali di continuità (ristabilita): gallerie che mancavano ad Arte Fiera a volte da più di un decennio, ora tornano a esporvi.

La sezione «Focus» è curata da Laura Cherubini, nota per la sua particolare attenzione agli anni ’60 e ’70. Sono questi gli anni su cui punta il mercato attuale?

Nella mia percezione, sì. E va in questa direzione non solo il mercato italiano: penso al fatto che Hauser & Wirth rappresenta il lascito di Fabio Mauri e lavora a stretto contatto con quella di Piero Manzoni). I motivi, secondo me, sono diversi. Ne segnalo almeno uno: il fatto che gli artisti italiani del secondo dopoguerra costino, spesso, assai poco rispetto alla qualità del loro lavoro, specie se confrontati con gli autori americani coevi.

«Pittura XXI» è dedicata alla pittura del nuovo millennio, con figure emergenti e mid-career a livello nazionale e internazionale, sulla carta questa sezione apparirebbe quasi reazionaria...

Il giudizio su questa sezione è indissolubile da quello che si dà in generale della pittura oggi. La pittura è una forma di espressione intrinsecamente superata, obsoleta, nostalgica? Se la risposta è sì, allora si può tranquillamente liquidare questa iniziativa come «reazionaria». Se invece la risposta è no, come quella che in questo momento stanno dando le grandi mostre e istituzioni internazionali, le gallerie e le collezioni più importanti, nelle quali la pittura contemporanea ha un posto di riguardo, allora spero che l’esordio di questa nuova sezione, unica nel suo genere, al momento, non solo nelle fiere italiane, sarà accolta con curiosità e interesse.

Valeria Tassinari, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020


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