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Mostre

La sinfonia neoclassica di Ingres

A Palazzo Reale di Milano il maestro francese e i suoi «illuminati» compagni di strada

«Ritratto della Signora Lauréal e suo figlio» (1815 ca) di Jean-Auguste-Dominique Ingres, Montauban, Musée Ingres

Milano. Il rapporto di Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867) con l’Italia fu lungo, ripetuto e durevole: innamorato di Raffaello, già nel 1800 concorse al Prix de Rome, per soggiornare in Villa Medici e studiarne l’opera da vicino. A Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma, sarebbe andato solo nel 1806, una volta concluso il grandioso (e contestato) dipinto «Napoleone in costume sacro», poi avrebbe lavorato nei cantieri imperiali romani, rimanendo in città fino al 1824, per tornare infine a Villa Medici, da direttore, negli anni Trenta.

Palazzo Reale di Milano (l’antica capitale del napoleonico Regno d’Italia) gli rende omaggio dal 12 marzo al 23 giugno con la grande mostra «Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone» (catalogo Marsilio), prodotta con Civita e con StArt e Musée Ingres di Montauban, sua città natale. Ed è proprio la direttrice di quel museo, Florence Viguier-Dutheil a curare la rassegna che, intorno a una sessantina di dipinti e disegni di mano di Ingres, riunisce 90 opere di altri maestri del Neoclassicismo, da Jacques-Louis David (di cui Ingres fu allievo a Parigi) ad Antonio Canova.

Ne emerge così la polifonia di quel «nuovo Classicismo» che, nato nella seconda metà del XVIII secolo in pieno clima illuministico, proseguì al tempo di Napoleone, assumendo connotazioni via via più magniloquenti, sebbene intanto si accendessero le prime fiammelle del Preromanticismo.

Proprio per evidenziare la molteplicità di un linguaggio artistico un tempo ritenuto graniticamente omogeneo, la mostra si articola in più sezioni: l’incipit è affidato a David, l’iniziatore di quel nuovo linguaggio figurativo abitato da personaggi virili in «nudità eroica», all’antica, accostati ai meno roboanti ritratti degli «uomini nuovi» dell’età dell’Illuminismo. Entra poi subito in gioco la nuova sensibilità preromantica, con A.L. Girodet, A.J. Gros e P.P. Prud’hon, che per primi esplorarono il mondo del fantastico, qui riuniti intorno al visionario «Sogno di Ossian» di Ingres.

Un altro aspetto su cui la mostra pone l’accento è la presenza di donne pittrici, figlie anch’esse dell’Illuminismo, come Elisabeth Vigée-Le Brun, ritrattista ufficiale della sfortunata regina Maria Antonietta. La Campagna d’Italia e Napoleone occupano le sezioni successive, con opere di Andrea Appiani e di J.B. Greuze, Canova, François Gérard e Carlo Finelli, e disegni di Ingres. E un’intera sala è dedicata al grande collezionista lombardo G.B. Sommariva, per Francis Haskell «il mecenate indubbiamente più importante [del tempo], dopo Napoleone e la sua famiglia».

Culmine del percorso è il solenne, impressionante «Napoleone in costume sacro» di Ingres, con i disegni preparatori. Di qui in poi la mostra si focalizza sulle sole opere di Ingres: i ritratti maschili e femminili, le morbide «Veneri», le sensuali «Odalische» e, nel cinquecentenario della morte di Leonardo, il patetico dipinto «La morte di Leonardo da Vinci», 1818, che, come le scene di gusto troubadour e le pitture religiose, conferma come il Neoclassicismo di Ingres sia stato tutt’altro che un algido e monocorde omaggio all’arte classica.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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