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Mostre

La rivoluzione dei Preraffaelliti a Palazzo Reale

Opere celebri della Tate Britain, raramente prestate all’estero. A cura di Carol Jacobi

John William Waterhouse, «La Dama di Shalott», 1888. © Tate, London 2019

Milano. Sette studenti contestatori (come in tanti Paesi d’Europa saranno, 120 anni dopo, i «Sessantottini») si riunirono, nel 1848, nell’Inghilterra vittoriana per dare voce attraverso la loro arte e il loro stile di vita controcorrente alle rivolte politiche, sociali, culturali e di costume che incendiavano allora tante nazioni europee.

Erano pittori, come William Holman Hunt, John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti (che era anche poeta), scultori e critici d’arte, e si riunirono nella Confraternita dei Preraffaelliti. Altri artisti, come George Frederick Watts ed Edward Burne-Jones, li avrebbero presto fiancheggiati e, insieme, avrebbero dato vita a un’arte contestataria, rivoltosa nei confronti delle norme accademiche (ancora improntate al classicismo di Raffaello), volta verso i «Primitivi» italiani e tesa a celebrare i nuovi miti che percorrevano l’Europa: il Medioevo, le saghe arturiane, i temi biblici e shakespeariani, la natura, la bellezza femminile e naturalmente, in una società tanto puritana, l’amore e l’erotismo.

Dal 19 giugno al 6 ottobre Palazzo Reale e 24 Ore Cultura presentano, in collaborazione con Tate, la mostra «Preraffaelliti. Amore e desiderio», curata da Carol Jacobi, curatrice di Tate Britain, il museo da cui giungono le opere. A Maria Teresa Benedetti si deve, invece, l’indagine sul rapporto che unì questi artisti all’Italia, documentato anche dai loro paesaggi italiani. In mostra sfilano opere celebri e raramente prestate all’estero, come «Ofelia» di Millais, «Il risveglio della coscienza» di Hunt, «Amore d’aprile» di Arthur Hugues, «Lady of Shalott» di John William Waterhouse, ma un’attenzione speciale è riservata anche al loro forte rapporto con le arti decorative e all’influsso che la loro «modernità medievale» esercitò sulle generazioni successive.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 398, giugno 2019


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