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Restauro

La rinascita di San Giuliano a Genova

Il recupero dell'abbazia e del convento dopo anni di abbandono è raccontato in un libro

La chiesa di San Giuliano a Genova. Foto tratta da Wikipedia

L’antica Abbazia e Convento di San Giuliano è uno dei luoghi più amati dai genovesi. Celebrato da Guido Gozzano in una sua poesia, il complesso di origine medievale si trova lungo la splendida passeggiata a mare di corso Italia e sta rinascendo dopo anni di abbandono.

Lo documenta il nuovo volume della Sagep curato dall’architetto Cristina Bartolini (funzionario del Segretariato regionale del Mibact per la Liguria). In 280 pagine non solo presenta i vari progetti di restauro di cui è stata oggetto l’abbazia, ma ripercorre la storia del complesso (attualmente di proprietà demaniale) descrivendo le opere d’arte a esso legate (tra cui la pala di fine ’400 di Giovanni Mazone e Nicolò Corso conservata al Museo di Sant’Agostino di Genova) e delineando l’anima del luogo che sta tornando a rivivere: da poco ospita gli uffici del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Genova.

Il Ministero, la Regione Liguria e il Comune di Genova hanno inoltre sottoscritto nel 2018 un accordo affinché vi trovi sede anche l’ente culturale e museale della Casa dei Cantautori liguri.

«Il volume è il primo tentativo di dar vita a una raccolta ordinata di contributi scientifici destinati a delineare la fisionomia di San Giuliano, spiega Cristina Bartolini, e testimonia l’impegno per far rivivere il complesso architettonico da parte di archeologi, storici dell’arte e tutti coloro che si sono occupati del suo recupero a partire almeno dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso».

Lasciato dai benedettini negli anni Trenta, il Convento ha ospitato le famiglie degli sfollati durante la seconda guerra mondiale per poi rimanere abbandonato per decenni. Dopo i primi interventi, dal 1998 fino ad anni recenti una serie di cantieri ha permesso il recupero della facciata su corso Italia, il consolidamento del chiostro e il restauro dell’abbazia, cercando di rispettare quanto sopravvissuto alle devastanti manomissioni del dopoguerra, grazie anche a un’approfondita indagine d’archeologia architettonica.

Emmanuele Bo, da Il Giornale dell'Arte numero 407, aprile 2020



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