La percezione comune del mestiere di restauratore

Una professionista del settore parla con le restauratrici del Duomo di Palermo dei problemi e delle prospettive della professione

Una restauratrice all'opera nel Battistero di Firenze
Simona Sajeva |

A Palermo sono in corso i restauri di una parte delle coperture della Cattedrale di Maria Santissima Assunta. Alla notizia è stato dedicato più di un titolo di giornale, ma uno in particolare («la Repubblica Palermo», 9 aprile 2021) ha attirato l’attenzione e ha fatto clamore sui social del settore. L’articolo in questione si riferiva alla squadra delle restauratrici che stanno intervenendo sulle maioliche delle cupole come alle «ragazze» e al restauro come «rifare il look».

I titoli leggeri capitano, senza esclusione di ambiti o categorie, generalmente però la leggerezza non va oltre. Come nel caso in questione, dove il testo non rispecchiava affatto il tenore del titolo, sebbene le restauratrici siano state le uniche professioniste citate il cui nome non è stato menzionato. Eppure a questo titolo si dovrebbe un grazie perché ha dato modo sia di mettere in evidenza come il mestiere di restauratore sia ad oggi poco conosciuto, sia di osservare le reazioni pubbliche di disappunto degli addetti ai lavori.

Ho colto l’occasione per parlarne con le dirette interessate, una delegazione della squadra di restauro che sta operando nel cantiere della Cattedrale di Palermo, ovvero: Lorena Di Noto, Ausilia Sparacello, Manuela Virga e l’ispettrice di cantiere Nicoletta Chiparo.

Insieme abbiamo affrontato alcuni punti: la percezione comune della professione del restauratore, quali aspetti sono meno conosciuti, quali ruoli può rivestire e quale può essere un tallone d’Achille della categoria che contribuisce a questo stato di cose. La questione del titolo è stata liquidata con poche parole: convinte che sia stato ispirato più dal loro aspetto che dal ruolo professionale, ha strappato loro un sorriso, nulla più.

Il cuore della questione, quello su cui tutte concordavano, è che «il lavoro del restauratore non è conosciuto!», è spesso confuso con altre figure, come gli artisti. Se poi il lavoro si svolge sui ponteggi, può capitare anche di essere visti soltanto come esecutori. A questo punto la conversazione è diventata un fiume in piena e la squadra parlava all’unisono.

Le restauratrici concordavano sul fatto che ci sia una grande disinformazione su questo mondo, nonostante il loro ruolo sia paragonabile a quello dei dottori e la loro formazione sia pluridisciplinare, spaziando dall’ambito tecnico a quello scientifico, a quello umanistico. Hanno inoltre sottolineato la discrezionalità del restauratore che, guidato da conoscenza, pensiero e competenza, deve saper ragionare non solo sul come intervenire, ma anche sul quando fermarsi, non essere invasivo, operare delle scelte con istinto e umiltà.

Hanno sottolineato che, nell’interesse del lavoro, la squadra è importante, non può esserci protagonismo, ci si completa gli uni con gli altri («dove la mano di una non arriva, arriva l’altra»), si deve «agire come una persona sola». Non ultima, hanno menzionato la «passione» senza la quale questo mestiere non è possibile. Tutto ciò è sufficiente per ipotizzare che all’origine dell’errata percezione della professione di restauratore ci sia una conoscenza piuttosto superficiale della stessa.

Se però, alla ricerca del tallone d’Achille, si dovesse guardare dall’interno la categoria facendo un’autocritica costruttiva? Anche su questo punto la squadra era concorde: ci potrebbe essere una maggiore coesione tra colleghi e l’individualismo che certe volte emerge non aiuta (questioni che possono minare lo spirito di corpo di tutte le categorie lavorative).

A questi fattori ne ho aggiunti io altri, come l’estenuante iter per il riconoscimento della qualifica, la mancata costituzione di un albo, la conseguente mancanza di rappresentanza univoca, per non parlare dei periodici tentativi di distinguere tra restauratori di classe A e restauratori di classe B, ma anche questo in fondo può facilmente essere ricondotto alle difficili condizioni di lavoro.

Tanti fattori hanno concorso a cambiare le regole a giochi in corso e gli equilibri restano precari. Non a caso il discorso è proseguito osservando il contrasto che questo stato di cose talvolta può creare tra classi di restauratori di grande esperienza, legittimamente formati anche sul campo, che si vedono equiparati a giovani laureati dalla formazione sicuramente ricca, ma non paragonabile per esperienza. È stata l’ispettrice di cantiere a introdurre le molte declinazioni che può avere il ruolo del restauratore, menzionando tra le proprie attuali mansioni anche la logistica di cantiere e il coordinamento con architetti e ingegneri.

Ricordo infatti che, in presenza di beni mobili e superfici di pregio artistico, dal 2004 la normativa riconosce nel restauratore la qualifica esclusiva per intervenire e, con varie evoluzioni nel tempo, anche per progettare, collaborare o assumere la direzione lavori, coordinare operatori che svolgono attività complementari al restauro, oltre che fare ricerca, sperimentazione e didattica. Insomma, la qualifica emancipa a tutti gli effetti il restauratore a «professionista completo» per competenze e responsabilità. Eppure ancora oggi si percepisce la fatica sia del riconoscergli, sia a volte del riconoscersi, autorità e autorevolezza. Si potrebbe proseguire, e chi opera nella conservazione e restauro, anche in complementarità, lo sa bene.

La riflessione non si conclude qui, l’incontro con la squadra della Cattedrale di Palermo sì. Ci salutiamo con una nota di ottimismo: se da un lato il titolo dell’articolo ha evidenziato una generale disconoscenza di questa professione, dall’altro i molti messaggi ricevuti hanno rivelato una molto apprezzata solidarietà da parte di colleghe e colleghi.

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