La passione di Licini per Ave

Daniela Simoni, curatrice della mostra «Il ritratto di Ave è un unicum in Licini: un volto è raffaellesco, quello di profilo è più legato a una temperie “fauve”, come se vi fosse un attingere alla tradizione italiana e una fascinazione per le avanguardie»

Osvaldo Licini, «Amalassunta aureola rossa», 1946. Collezione Fausto Paci
Stefano Miliani |

Quando insegnava a Fermo, in una sfida per una bella studentessa di nome Ave, Osvaldo Licini prese a bastonate un professore di liceo innamorato pure lui della ragazza e fu sospeso dall’insegnamento. Da quella passione il pittore 26enne elaborò nel 1920 un ritratto di grande qualità: lo si vedrà dal 24 luglio all’8 dicembre alla Casa Museo Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado nella mostra «Fausto Paci l’arte di collezionare: da Licini a Fontana, da Man Ray a Warhol».

A rievocare quella focosa passione è Daniela Simoni, la storica dell’arte che conduce il centro culturale nel borghetto marchigiano e cura la rassegna dalla raccolta di Fausto Paci (1924-2019). Cinque i pezzi dell’artista di Monte Vidon Corrado: due «Amalassunte», un «Olandese volante», un «Pastorello» del 1925 e, appunto, «Ave» (nella foto). Una sessantina le opere di autori come Sironi, Turcato e Schifano e di marchigiani come Maccari, Ciarrocchi e Monachesi.

«Il ritratto di Ave è un unicum in Licini: un volto è raffaellesco, quello di profilo è più legato a una temperie “fauve”, come se vi fosse un attingere alla tradizione italiana e una fascinazione per le avanguardie», riflette Daniela Simoni. Al contempo descrive la personalità del collezionista Paci: «Con altri fondò il liceo artistico della sua città, Porto San Giorgio, si formò una cultura artistica da solo e sapeva cogliere la contemporaneità. Negli anni ’70 acquistò un Isgrò quando non lo voleva nessuno, gli disse riconoscente l’artista tempo dopo».

Paci era anche un mail artista. Nel 1978 cercò l’artista concettuale e collezionista bresciano Guglielmo Achille Cavellini (o Gac), il quale lo nominò «ambasciatore cavelliniano». Paci amava il nonsense, l’assurdo, la Patafisica: con quel ruolo affidava cartoline di mail art ad amici e critici affinché le spedissero da luoghi dove lui non andava. «Oltre al discorso ludico, aveva una forte consapevolezza dell’operazione di arte concettuale», dice la direttrice. Organizzano la mostra il Comune e il Centro Studi Osvaldo Licini.

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