La miseria di una guerra senza fine

Al Mast di Bologna Richard Mosse, maestro nel mostrare il mondo che segue a una catastrofe

Richard Mosse, «Souda Camp, Chios Island, Greece», 2017. MOCAK Collection, Krakow
Monica Poggi |  | Bologna

Come spesso accade, le piccole e grandi rivoluzioni del pensiero e dell’agire artistico nascono anche dal caso, o comunque dal casuale combaciare di eventi in grado di aprire nuove prospettive di ricerca. È così che Richard Mosse spiega il cambio di approccio che lo porta, fra il 2010 e il 2015, a realizzare il progetto fotografico «The Enclave» e la videoinstallazione «Infra» sulla guerra nella Repubblica Democratica del Congo, portando il suo nome all’attenzione internazionale.

Nello stesso periodo in cui l’autore irlandese prende coscienza dei limiti della fotografia documentaria, mettendo in discussione il lavoro che stava realizzando sulla diffusione del virus dell’Ebola nell’Africa subsahariana, scopre infatti che la Kodak interromperà la produzione dell’Aerochrome, pellicola sviluppata in ambito militare che traduce la clorofilla delle piante con i toni del rosa e del rosso.

È in questo momento che decide di utilizzarla per raccontare i conflitti che da anni dilaniano la regione del Nord Kivu, dove viene estratto il coltan utilizzato nelle batterie dei dispositivi digitali. Le immagini che risultano compongono «un immaginario splendido e terribile che si colloca a metà strada tra fotografia e arte, tra documento e simbolo, colorato nei toni rosa acceso della vegetazione, saturo della miseria di una guerra senza fine», sottolinea Urs Stahel, curatore della prima grande antologica che Fondazione Mast dedica a Richard Mosse fino al 19 settembre.

Intitolata «Displaced» e composta da 77 fotografie in grande formato e diverse videoinstallazioni, la mostra ripercorre le tappe principali della sua ricerca. Fin dalle prime fotografie, realizzate in Bosnia, Kosovo, Striscia di Gaza e sulla frontiera fra Messico e Stati Uniti, Mosse esplora il confine fra visibilità e invisibilità, condizione che accomuna gran parte dei conflitti contemporanei e che emerge anche in «Heat Maps» e «Incoming», realizzati fra il 2014 e il 2018 indagando il tema della migrazione.

«Le sue fotografie, spiega ancora Stahel, non mostrano il conflitto, la battaglia, l’attraversamento del confine, in altri termini il momento culminante, ma il mondo che segue la nascita e la catastrofe. L’artista vuole sovvertire le convenzionali narrazioni mediatiche attraverso nuove tecnologie, spesso di derivazione militare, proprio per scardinare i criteri rappresentativi della fotografia di guerra».

Anche in questo caso infatti si avvale di una tecnologia di origine bellica. Recandosi in alcuni dei campi profughi più grandi d’Europa e del Libano, Mosse utilizza una termocamera che registra le differenze di calore nell’intervallo degli infrarossi, permettendogli di distinguere figure umane fino a una distanza di trenta chilometri e in qualsiasi ora del giorno.

I soggetti ritratti sono figure spettrali, impossibili da riconoscere come individui, nell’eterna attesa di una nuova vita che rischia di non concretizzarsi mai. In mostra troviamo anche la sua ultima ricerca, in particolare i lavori «Ultra» e «Tristes Tropiques», dove la bellezza psichedelica della biodiversità si confronta con i danni causati dall’uomo sulla Foresta Pluviale ritratta attraverso fotografie ortografiche multispettrali scattate da droni.

© Riproduzione riservata Richard Mosse, «Lost Fun Zone, Congo», dalla serie «Infra» © Richard Mosse
Calendario Mostre
Altri articoli di Monica Poggi
Altri articoli in MOSTRE