La mente inquieta di un gallerista eretico

Al Mart di Rovereto la storia di Emilio Bertonati, che con la Galleria del Levante riscopriva Simbolismo, Nuova Oggettività e Realismo Magico

Un particolare di «Labbra rosse» (1897) di Fernand Khnopff, Collezione privata
Franco Fanelli |  | Rovereto (Tn)

Emilio Bertonati aveva studiato architettura ma diventò gallerista e siccome doveva essere uno di quei tipi che non vogliono privarsi neanche di un frammento delle loro passioni, fu anche artista. Pittore, dedicò alcuni ritratti a un incisore (e scultore e pittore), Max Klinger, un altro di quelli che perseguivano il sogno dell’arte totale; e lo stesso Bertonati aveva un penchant particolare per la disciplina incisoria in cui maggiormente si mescola ciò che è apparentemente opposto, cioè l’idea del segno e quella della vivacità materica e pittorica (Bartolini ne incarnò totalmente lo spirito) determinata dalla mediazione, tra idea e stampa, del mordente.

La pratica dell’acquaforte educa al controllo severo di materiali vicendevolmente pericolosi se mal gestiti; pure, è dalla compenetrazione finale tra elementi agli antipodi, dall’effetto dell’acido arginato sul metallo da una tenue membrana cerosa, inchiostro grasso e carta umida, che nasce l’opera. La mente di Bertonati doveva avere una vivacità sulfurea e alchemica, «acquafortistica» insomma, piegata al dominio di una passione che divenne ben presto professione. Un lavoro in cui ogni scelta personale fa parte dei rischi, non solo d’impresa, impliciti in un’attività così particolare, in cui, nei casi più alti, si vende ciò che si ama.

Quelli di Bertonati erano amori quasi proibiti negli anni centrali della sua vicenda di gallerista, iniziata nel 1962 e terminata, con il suicidio, nel 1981, a soli 47 anni. Passioni sconvenienti politicamente e autentiche eresie nell’Italia e nell’Europa in cui dominava il calvinismo concettualista; un’Italia e un’Europa in cui non era così semplice spiegare che, oltre a Parigi, anche a Monaco e a Vienna era stata scritta la storia dell’arte del XX secolo.

«Sarebbe davvero utile e doveroso che una città s’occupasse di realizzare una mostra su quanto la presenza di Bertonati, nella nostra cultura figurativa e critica, ha rappresentato», scriveva Giovanni Testori, lo scrittore, studioso e critico che aveva trascorso insieme a lui e al gallerista Alain Toubas la sera prima della tragica scomparsa, il 3 maggio 1981.

Quella città, ora, non è Milano, dove il gallerista di Levanto aveva operato prima in via Sant’Andrea e poi, nel ’67, in via della Spiga; non è Roma dove nel ’64 aprì una sede in via Gregoriana e neppure Monaco, dove sino al 1981 la Galleria del Levante, così la battezzò, ebbe le sue sale al primo piano di Villa Stuck, uno dei luoghi consacrati al Simbolismo che, con la Nuova Oggettività, costituiva uno dei principali filoni di ricerca e di attività di Bertonati.
Emilio Bertonati nella casa di via Vivaio a Milano, 1978, Collezione privata
È invece Rovereto, dove al Mart sino al 12 giugno una mostra ideata da Vittorio Sgarbi, curata da Alessandra Tiddia e munita di un catalogo (Silvana Editoriale) che accoglie i saggi di un poderoso comitato scientifico ripercorre le vicende della galleria la cui eredità spirituale è passata a Chiara Padova Fasser, titolare a sua volta, a Brescia, della Galleria dell’Incisione: «Studioso e maestro», così lo definisce in chiusura del suo saggio, memoria degli anni in cui collaborò con Bertonati, dal 1973 al 1981.

Oltre a Christian Schad, a Richard Müller, a Grosz e a Otto Dix, le cui opere scandiscono, fra le altre, l’attuale mostra, la Galleria del Levante esplorava il Realismo Magico, con una predilezione per Cagnaccio di san Pietro, il più vicino, scrive in catalogo Elena Pontiggia, «al clima sachlich», agli amati tedeschi; riscopriva il côté occultista del Simbolismo (Schwabe, Delville, Khnopff), un’indagine, sottolineaa Francesco Parisi nel suo saggio, maturata a contatto con Luigi Carluccio, che nel 1969 alla galleria Civica d’arte moderna di Torino inaugurava la mostra «Il sacro e il profano nell’arte dei simbolisti».

La mente inquieta di Bertonati oscillava dai precursori (ecco in mostra le incisioni al mezzotinto di John Martin dedicate al Paradiso perduto di Milton) al Futurismo ligure (neppure lui, tuttavia, è stato profeta in patria, segnala opportunamente il saggio di Maria Flora Giubilei), dalla fotografia pittorialista a quella d’avanguardia, da von Gloden a Franz Roh, un settore disciplinare oggetto di una sezione della rassegna al Mart. Portò infine all’attenzione del pubblico alcuni artisti della Ddr (Werner Tübke, Lea Grundig ed Heinz Zander), cosa che gli valse nel 1974 la Croce al merito da parte del governo della Germania Est. «Oggi par tutto facile e piano», scriveva Testori a proposito di quelle scelte; non lo era negli anni Settanta.

Bertonati se ne andò un anno dopo la mostra «Les Réalismes» curata dall’amico Jean Clair a Parigi, che segnava l’alba di un modo diverso e «orizzontale» di leggere la storia dell’arte, cui la Galleria del Levante aveva introdotto i suoi visitatori.

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