La materia poetica di Burri

Ad Alba assonanze ungarettiane e sperimentazione perenne nelle opere del pittore di Città di Castello

Alberto Burri, Il Grande Cretto di Gibellina, 1985-2015
Alessandra Ruffino |  | Alba (Cn)

Aprono il 9 ottobre alla Fondazione Ferrero e al Palazzo Banca d’Alba le mostre «Burri. La poesia della materia» e «Burri. Il Cretto di Gibellina», curate da Bruno Corà, Tiziano Sarteanesi e Stefano Valeri, organizzate in collaborazione con la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri e visitabili gratuitamente fino al 30 gennaio. Il Palazzo Banca d’Alba accoglie l’esposizione dedicata al «Grande Cretto»; gli spazi della Fondazione albese ospitano 45 opere rappresentative dell’intero percorso di ricerca di Alberto Burri (1915-95): dai primi «Catrami» (1948) alle ultime opere «Oro e nero» (1993). Non mancano lavori appartenenti ai cicli delle Muffe, dei Sacchi, delle Combustioni e a quelli di Legni, Ferri, Plastiche e Cellotex: tutti momenti di un’articolata e unitaria visione artistica.

Riaffermando il rapporto «autenticamente strutturale, costitutivo, tra l’opera di Alberto Burri e la parola in versi», Bruno Corà invita a prendere alla lettera il titolo della mostra e ricorda come negli anni ’60 Ungaretti avesse salutato in Burri «il pittore maggiore d’oggi» spingendosi perfino a sentenziare: «È d’oggi il primo poeta». Indubbie le affinità tra i due e quel che Contini diceva dell’opera ungarettiana, «opera in fieri con caratteri perennemente mobili», potrebbe valer altrettanto per quella di Burri.

Ad Alba l’opera del maestro di Città di Castello è presentata come un laboratorio di sperimentazione perpetua, vòlta a una sostanziale riqualificazione dei linguaggi e a una sistematica indagine sulle potenzialità della materia di generare processi creativi in evoluzione permanente. In Burri, notava Cesare Brandi, con la «retrocessione del collage a toppa [...] la forma diviene evento, evento in presenza» (Segno e Immagine, 1960). L’enfasi originale rintocca su una voce oggi abusatissima ma che sessant’anni fa suonava altrimenti.

«È praticamente impossibile, seguitava Brandi, di restare tranquilli o indifferenti di fronte allo spettacolo che quelle tele sporche o sdrucite offrono alla vista». Ciò vale ora come allora, e come ogni volta che la poesia autentica ci passa innanzi: quella che senza tanti complimenti ci sbalza fuori dalla comfort zone dove spesso ci accomodiamo con complice e colpevole acedia. Catalogo Skira con ricca documentazione iconografica, apparati e un’antologia critica.

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