La fabbrica delle meraviglie di Stefano Bardini

Nel centenario della scomparsa del noto antiquario, Firenze gli dedica una mostra che ricostruisce il «dietro le quinte» del suo laboratorio di restauro e di creazione di opere in stile

Una veduta dell’allestimento
Laura Lombardi |  | Firenze

Ricorre quest’anno il centenario della morte di Stefano Bardini, il grande collezionista e «principe» degli antiquari fiorentini, il cui museo in Piazza dei Mozzi, dove è una ricca collezione di sculture, pitture, arredi, manufatti, arazzi, corami (cuoi stampati e decorati), tessuti, elementi lignei e di decorazioni di interno, era la sede della sua galleria antiquaria.

Una sorta di moderno showroom, perché i pezzi in vendita erano anche ambientati in modo da renderli più attraenti. La mostra in corso nel Museo, dal 30 settembre fino al 20 novembre, «Officina Bardini» a cura di Giulia Coco e Marco Mozzo, attuale direttore del museo e galleria Mozzi Bardini, con il coordinamento scientifico di Carlo Francini e Valentina Zucchi presenta, in maniera raffinata ed eloquente, nell’allestimento minimale del laboratorio di Autocostruzione del dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, le diverse tipologie di materiali che l’immenso laboratorio produceva e restaurava nel contiguo Palazzo Mozzi-Bardini.

L’edificio fu acquistato da Bardini nel 1911 ed è divenuto nel 1996 proprietà dello Stato italiano, dopo una lunga vicenda ereditaria alla morte del figlio Ugo. Sede ora, al piano nobile, della Direzione regionale dei Musei della Toscana, il palazzo conserva l’enorme deposito di manufatti (oltre 30mila pezzi) che un giorno si spera siano resi, almeno in parte, fruibili al pubblico.

Stefano Bardini non ebbe infatti solo tra le mani, per poi rivenderle a collezionisti e musei stranieri, opere pregevoli, quali la «Madonna Pazzi», la «Madonna delle nuvole» o la «Madonna Dudley», di Donatello, ma ideò un vero e proprio sistema imprenditoriale, una fabbrica dell’arte con artigiani, operai (alcuni dei quali ritratti in dipinti esposti in mostra), artisti-restauratori, i cui nomi sono reperibili dai registri paga, che restituivano quel sogno del Rinascimento italiano che il gusto del secolo richiedeva.

La mostra è quindi un «dietro le quinte», con strumenti (pennelli, colori e arnesi vari), manufatti, cataloghi, disegni acquarellati, lettere, carte, un grande apparecchio fotografico Zeiss e fotografie a documentare le fasi di quel processo che portava alla realizzazione  di opere in stile: copie fatte a partire da calchi, ma anche pastiches che univano pezzi originali con inserti moderni perfettamente integrati, secondo una concezione del restauro integrativo e non conservativo, propria del XIX secolo.

Realizzata dal Comune di Firenze con MUS.E., la Direzione regionale dei Musei della Toscana-Museo Galleria Mozzi Bardini, l’Università di Firenze, la mostra si svolge in collaborazione con la Biennale dell’antiquariato ancora in corso, manifestazione durante la quale si è tenuto un convegno su collezionisti e antiquari («L’attimo fuggente») che ha dato molto rilievo alla figura di Stefano Bardini, uomo acuto e con intuizioni museografiche all’avanguardia per i suoi tempi.

In quell’occasione è stato ricordato da Antonella Nesi, ex direttrice del museo, che il principe degli antiquari, quando vendeva opere a illustri musei stranieri quali il Louvre o il Bode, non interveniva affatto su di esse, preferendo consegnarle, in quel caso, solo con interventi minimi.

© Riproduzione riservata Il registro paga con i nomi di artisti e artigiani che lavoravano per il laboratorio di Stefano Bardini Una veduta dell’allestimento
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