La Biennale di AlUla torna nel deserto

Nata dalla collaborazione tra Desert X e la Royal Commission for AlUla (Rcu), la rassegna porta in Oriente la tradizione occidentale della Land Art

Una veduta del sito di Hegra. © Cortesia di Desert X AlUla
Federico Florian |  | AlUla

Dopo l’esordio del 2020, dall’11 febbraio al 30 marzo la Biennale d’arte contemporanea «Desert X AlUla» torna nel deserto nord-occidentale dell’Arabia Saudita, sede del sito archeologico Hegra, patrimonio mondiale Unesco.

Il concept di questa seconda edizione ruota attorno alle idee di oasi e miraggio: i 15 artisti partecipanti (sauditi e internazionali) rispondono al sublime paesaggio desertico con installazioni che evocano sogni e apparizioni.

Tra questi, la svizzera Claudia Comte, che presenta una progressione di muri che si snoda tra i canyon di AlUla, i cui pattern alludono alle conformazioni che assume la superficie del deserto.

La britannica Shezad Dawood, invece, ha creato due sculture dall’aspetto di coralli i cui rivestimenti registrano la temperatura esterna, facendo da specchio ai drammatici effetti del cambiamento climatico.

La storia di AlUla in quanto antico crocevia e centro del commercio internazionale è ciò che ha ispirato l’opera di Monika Sosnowska: l’artista polacca ha trasformato i vecchi binari ferroviari che collegavano Damasco e Medina in prati per potenziali coltivazioni.

Nata dalla collaborazione tra Desert X (la biennale che ha luogo nella Coachella Valley in California) e la Royal Commission for AlUla (Rcu), la rassegna di AlUla porta in Oriente la tradizione occidentale della Land Art, incoraggiando un dialogo tra arte e natura.

Un’iniziativa che si inserisce in un momento storico particolarmente proficuo per la regione saudita che, entro il 2035, si prefigge di istituire 15 nuovi enti culturali (tra gallerie, musei e centri educativi) lungo un corridoio di 20 chilometri, frutto di partnership tra istituti scientifici e culturali internazionali.

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