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Mostre

Kiki Smith a Palazzo Pitti

Alla Galleria d'Arte Moderna una personale curata da Eike Schmidt e Renata Pontus

«Guide» (2012), di Kiki Smith, arazzo (edizione di 10), Magnolia Editions. © Kiki Smith 2012, courtesy dell’artista e di GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana

Firenze. Dal 14 febbraio al 2 giugno la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti ospita, nell’Andito degli Angiolini, la mostra di Kiki Smith (1954) intitolata «What I saw on the road» («Quello che ho visto sulla strada»), a cura di Eike Schmidt e Renata Pintus. Nel lavoro di questa artista, nata a Norimberga ma a tutti gli effetti statunitense, le contraddizioni e le ossessioni della società contemporanea sono tradotte in un linguaggio di grande originalità nel quale si mescolano suggestioni molto diverse tratte dalla tradizione figurativa dei secoli passati. Negli anni Ottanta si affermò con opere legate a un disturbante concetto di corporalità (una delle sue sculture più note raffigurava una donna carponi nell’atto di produrre una lunga defecazione), in un periodo di rinnovato interesse per il legame tra arte e società: è la generazione di cui faceva parte anche Jenny Holzer, una (allora) new wave interessata a problemi legati alla comunicazione, all’identità, alla globalizzazione incipiente, a un mondo sconvolto da una nuova malattia, l’Aids, che faceva strage soprattutto tra le comunità minoritarie e tra gli artisti. Tuttavia, rispetto alle lacerazioni presenti nelle sue opere precedenti, si nota ora anche un nuovo approccio al mondo che ci circonda.

Nelle sue opere sono presenti vari riferimenti, dai bestiari medievali ai testi scientifici settecenteschi, a spunti surrealisti, coniugando tecniche e materiali tradizionali con le nuove tecnologie digitali. La critica nota nelle sue opere più recenti un orientamento verso una dimensione più cosmica e «pacificata». Come si è operato questo passaggio e in che modo lei vede se stessa calata nel paesaggio del mondo globalizzato?

Non mi vedo immersa nel paesaggio del mondo globalizzato. Vedo me stessa vivente e rispondente al paesaggio nel quale vivo, impegnata nel cercare di apprendere da questo paesaggio nel senso più letterale del termine, che ora implica essere più orientata verso il mondo vegetale.

Nello scenario artistico attuale quale ruolo pensa possa avere il corpo e soprattutto il corpo femminile?

Continuo a fare opere figurative, ma meno relazionate al soggetto del «corpo». Penso che l’immagine femminile possa prendere una miriade di ruoli e significati, e ciascuno ha il suo riverbero. Da personaggi come Carolee Schneemann, fino a Huma Bhabha o ad Amy Sherald. Può indirizzarsi ovunque e avere infinite possibilità di evocazione o indirizzo. Per quanto mi riguarda, quando ero giovane, ero molto preoccupata di come esistere in un corpo. Ora potrei, nella mia vita, essere più preoccupata di come rimanere nel mio corpo un po’ più a lungo e di che cosa necessita il corpo che invecchia. Ma per la maggior parte il mio lavoro oggi è meno antropocentrico rispetto a quando ero giovane. Il mondo naturale è così sconosciuto e mi offre così tanto da scoprire!

La mostra a Palazzo Vecchio include anche una serie di sue tappezzerie. Qual è, in questo caso, il suo processo di creazione?

La creazione delle tappezzerie è nata dall’opportunità che mi è stata data dalla Magnolia Editions di Oakland, in California, di realizzare arazzi tessuti su telai Jacquard. Ho quindi disegnato delle tradizionali «vignette» (in grande scala) di immagini che sono state raccolte insieme a stampe e disegni precedenti. Poi ci sono stati diversi mesi di avanti e indietro, lavorando su computer e facendo correzioni dipinte a mano, finché non siamo arrivati ​​a un punto in cui siamo potuti passare alla fase della tessitura.

Qual è stata, ed è tuttora, la sua relazione con un padre come Tony Smith?

Mio padre è morto quando avevo 26 anni e ora ne ho 65. Di conseguenza il mio rapporto con lui vive soprattutto di memoria e di sogni. Tuttavia la sua opera e quel che lui mi ha insegnato riguardo all’essere artista è ancora molto vivo e mi influenza quotidianamente. Mi sento molto fortunata a essere stata sua figlia.

Lei ha già lavorato in Toscana: ricordo soprattutto la sua mostra nel 2010 sotto al ponte di Colle Val d’Elsa, l’«UMoCA Museum», un progetto dell’associazione Artecontinua, e anche l’anteprima del film sul suo lavoro «Squatting the palace» (2006) di Vivien Bittencourt e Vincent Katz, proiettata nel teatro di Colle in collaborazione con Lo schermo dell’arte. Qual è la sua relazione con l’Italia e con Firenze in particolare?

Firenze è molto speciale per me. Prima di tutto perché i miei amici Betty e George Woodman (scomparsi rispettivamente nel 2018 e 2017, Ndr) hanno vissuto vicino a Firenze, all’Antella, per molti anni. Sono artisti che hanno molto amato l’Italia e mi hanno insegnato ad amarla e apprezzarla. Entrambi sono stati molto importanti per me. Ho avuto anche modo di vedere il lavoro di Betty quando ha esposto a Palazzo Pitti nel 2009. Personalmente ho trascorso giornate meravigliose in Italia e sono stata fortunata per avervi esposto più volte. Ho avuto la prima opportunità con la mostra «Aperto 93» curata da Jeffrey Deitch. Poi sono stata invitata da Raffaella Cortese nella sua galleria di Milano nel 2001, poi da Lorcan O’Neill a Roma nel 2005, lo stesso anno in cui Chiara Bertola ha esposto i miei lavori alla Fondazione Querini Stampalia in occasione della Biennale di Venezia. E ho lavorato con la Galleria Continua dal 2014. Nel 2017 ho anche esposto alla Biennale di Venezia, «Viva Arte Viva», curata da Christine Macel.

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 394, febbraio 2019


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