Keith Haring torna a Pisa

Inaugura il 12 novembre in Palazzo Blu una grande mostra. Colui che lo portò in Italia, Piergiorgio Castellani, ripercorre quella straordinaria avventura

Keith Haring al lavoro sul murale di Pisa «Tuttomondo», 1989. Foto ©materiaprima.ceppaiano
Thomas Clement Salomon |  | Pisa

Keith Haring è morto di Aids a soli trentun’anni: non sapremo mai quanto avrebbe potuto dare ancora al mondo, ma possiamo raccontare una storia straordinaria di amicizia che lega l’artista americano a Piergiorgio Castellani. È stato quest’ultimo che, incontrandolo per caso a New York nel 1987, lo ha convinto a venire in Italia a realizzare un grande progetto. Prese così forma nel giugno nel 1989 il murale «Tuttomondo», l’unica opera a cui Haring ha dato un titolo, la più importante commissione pubblica realizzata su una parete di 180 metri quadrati. Il suo testamento artistico.

In Italia Haring aveva realizzato due opere, meno importanti, anche a Roma che sono state cancellate: a Palazzo delle Esposizioni, in occasione di una visita di Gorbačëv, e sul ponte della Metro A, prima del Giubileo del 2000. «Tuttomondo» rappresenta dunque un unicum in Italia. «Sono seduto sul balcone e guardo la cima della Torre di Pisa. È davvero molto bello qui; se c’è un paradiso spero che assomigli a questo». Così scriveva Haring nei suoi diari.

Sono onorato che la mia proposta di portare a Pisa dal Giappone oltre 170 opere della Nakamura Keith Haring Collection abbia trovato terreno fertile grazie alla visione di Cosimo Bracci Torsi, presidente di Palazzo Blu e della Fondazione Pisa che, tramite Stefano Del Corso (presidente) e Donato Trenta (direttore), ha sostenuto il progetto in collaborazione con MondoMostre e con il museo giapponese che presta parte della sua collezione. A cura di Kaoru Yanase (chief curator della Nakamura Keith Haring Collection) la mostra sarà visitabile fino al 17 aprile.

L’altro ambizioso progetto di Keith e Piergiorgio era proprio quello di organizzare una grande mostra a Pisa, come testimonia la corrispondenza via fax tra i due. La malattia dello street-artist e la sua morte prematura ne impedirono la realizzazione e ora a distanza di 30 anni Palazzo Blu ne riprende le fila. Pisa rivivrà la gioia dei tempi della performance, quando, sotto l’impalcatura su cui Haring dipingeva, i giovani ballavano musica hip hop e si facevano autografare le t-shirt. La mostra permetterà a quei giovani di allora di celebrarlo e ai ragazzi di oggi di trarre ispirazione dai temi sociali della sua arte e dall’entusiasmo di quel suo amico a cui Pisa deve molto e che è la persona più adatta per parlare di Keith Haring in Italia.

Che uomo era Keith Haring?
Introverso, intelligente, instancabile, generoso. Molti di coloro che hanno assistito alla realizzazione del murale di Pisa lo ricordano durante i suoi bagni di folla a fine giornata, dedito a realizzare  piccoli disegni su tutto quello che la gente gli portava: caschi da moto, guanti da lavoro, giacche, magliette, cappelli, addirittura un furgone. Passava ore  sull’impalcatura a dipingere e poi ancora ore a far felice il pubblico che ogni giorno accorreva sempre più numeroso.  Amava essere circondato dalle persone, tentava costantemente di stabilire un dialogo con loro, dipingeva per loro, era felice che il murales si trovasse davanti alla fermata degli autobus, si saziava dell’entusiasmo del pubblico. Era una persona silenziosa che si esprimeva al meglio attraverso la propria arte.

Nel 1987 lei aveva 20 anni. Incontrando Keith Haring per strada a New York, dove ha trovato la lungimiranza, così giovane, di piantare quel seme che ha portato a un risultato così straordinario?
Non è stata lungimiranza ma l’entusiasmo di un giovane che incontra inaspettatamente il proprio idolo. Immaginate quanta energia gli ho trasmesso dopo aver vinto il primo momento di imbarazzo: «Ma tu sei…sei, Keith Haring...!!!». Lui mi ha guardato sorpreso e quando ha confermato si è trovato travolto dall’energia di un vero e proprio fan. Pensa... essere fan di un artista «underground» come lui a quell'età, invece di esserlo di un calciatore o di una rock star, quella è stata la cosa speciale.

Keith Haring era al culmine della fama: perché le ha dato retta nonostante vi foste appena conosciuti?

Perché ha capito che io, giovane, ingenuo, pieno di energia, ero una potenziale via di fuga da una condizione imposta dal mondo del mercato dell’arte che stava limitando la possibilità di far evolvere la sua arte nella direzione che lui voleva. Le prospettive offerte dagli interessi dei galleristi e dei collezionisti, proprio in un momento in cui la sua vita era minacciata dalla pandemia dell’epoca, dovevano essere qualcosa di difficilmente sopportabile. Un giorno mentre ero con lui nel suo studio in Broadway mi disse: «Dammi qualche minuto, finisco queste opere per la mia galleria e poi sono tutto per te.…continuiamo a parlare del nostro progetto in Italia». Aveva bisogno di sognare qualcosa di grande e di lontano. In qualche modo ha intuito che io potevo essere la persona giusta per tentare quell’ultimo viaggio, che poi abbiamo fatto insieme.

A chi è venuta l’idea di realizzare l’opera sulla parete di un convento? È vero che alla fine Pisa è stata più pronta di Firenze?
In un primo momento ho pensato che Firenze, il capoluogo, potesse essere il luogo migliore per dare visibilità a una grande opera pubblica come quella che stavamo progettando, ma alla fine è a Pisa che il «miracolo» si è compiuto. Il posto giusto, le persone giuste nel momento giusto. Ancora non so come sia stato possibile che un artista pop, gay dichiarato, con un passato da street artist fuorilegge abbia potuto realizzare un’opera del genere su una parete di proprietà della Chiesa cattolica all’interno di un centro storico di una città monumentale come Pisa! O forse lo so… Si è verificato un insieme di circostanze fortunate, ma soprattutto un gruppo di persone intelligenti, in particolare l’allora rettore del convento padre Luciano, accolse con entusiasmo la nostra idea. L’assessore alla cultura Lorenzo Bani, uomo energico, lungimirante, intuì subito che quella idea poteva costituire qualcosa di importante per la vita culturale della città e appoggiò con determinazione il progetto accollndosene la responsabilità. Massimo Guerrucci, dealer locale dell’azienda tedesca di vernici Caparol, senza esitazione mise a disposizione le sue competenze ed i materiali per poter fare di quella parete qualcosa di eterno. Queste tre persone hanno agito in modo totalmente coraggioso e grazie a loro oggi Pisa completa il suo già straordinario patrimonio di arte antica con un capolavoro di arte contemporanea.

Keith Haring si rendeva conto che a Pisa si stava confrontando con secoli di tradizione artistica ai massimi livelli?
Se ne rendeva conto conto fin dall’inizio, ma è stato solo quando è arrivato in città che ha compreso in pieno la responsabilità di realizzare un’opera del genere in una città come quella. Credo che in quel momento abbia maturato la volontà di farne un’opera duratura.

Qual è il suo ricordo piú toccante di quei giorni magici?
Lui che mangia una fetta di pizza con le mani sporche di vernice, felice, sorridente mentre guarda i ragazzi che ballano al ritmo della musica hip hop che un dj è accorso a suonare sotto l’impalcatura. Lui che di notte non riesce a staccare lo sguardo da quella grande parete dove la sua opera sta prendendo forma e osserva la gente che si sofferma a guardare. Lui felice di avere intorno i suoi amici, tanti giovani, tanti passanti  ingenui e divertiti dai colori che sembrano staccarsi dalla parete e danzare nell’aria, lui che sta vivendo un momento di libertà e di raccoglimento sapendo che la sua fine si sta avvicinando, troppo presto per un ragazzo di 30 anni.

Quali sono i valori del suo progetto «Materia Prima»?
«Materia Prima» nasce dalla volontà di far esprimere l'anima creativa degli artisti in un luogo protetto, ricco di energia e lontano da vincoli commerciali. Da noi può venire chiunque lo voglia, dovrà rispettare solo alcune semplici regole di buon senso e di ospitalità. Potrà lavorare camminando sulle orme di chi è passato prima di lui  lasciando una traccia per chi verrà dopo.

Che cosa scriveva sui fax che le inviava e che so che lei conserva?
Quello che oggi si affida ai WhatsApp, ma lui scrivendo i fax interamente a mano poteva lasciare un segno grafico anche con i suoi messaggi. Spesso si firmava con un simpatico autoritratto!

Che cosa le è rimasto dentro di questa avventura?

La consapevolezza che i sogni si possono realizzare e che la teoria Junghiana della sincronicità è da prendere molto sul serio!
«Sto seduto sul balcone a guardare la cima della Torre Pendente. È davvero molto bello qui se c’è un paradiso spero che assomigli a questo». Così scriveva Haring nei suoi diari. Mi piacerebbe pensare che la mostra di Palazzo Blu onori quest’avventura e proietti definitivamente luce sul murale «Tuttomondo».

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