Kapoor prende casa a Venezia

La grande retrospettiva alla Galleria dell’Accademia ha un secondo atto in Palazzo Manfrin, acquisito dallo scultore con l’obiettivo di farne un centro culturale

Una veduta dell’allestimento della mostra di Anish Kapoor alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Foto © David Levene
Silvano Manganaro |  | Venezia

In un clima di ritorno alla «normalità» e di tentativi di proporre un’arte più a misura d’uomo va detto che quella di Anish Kapoor a Venezia una vera e propria prova muscolare. Nei giorni della Biennale, infatti, l’artista anglo-indiano non solo invade tutto il piano terra della Galleria dell’Accademia con le sue opere, ma, soprattutto, presenta al mondo il Manfrin Project, ovvero l’acquisizione da parte della Kapoor Foundation di Palazzo Manfrin (a Cannaregio, non lontano dalla stazione) per farne un nuovo centro culturale e sede espositiva. Per quest’occasione, con i lavori di restauro ancora in corso, parte del palazzo ospita infatti la «seconda parte» della mostra con istallazioni di grandi dimensioni: un totale di altre 40 opere tra nuovi e vecchi lavori.

Fino al 9 ottobre sarà così possibile visitare una retrospettiva completa dell’artista, la prima di un artista britannico all’Accademia. Curata dallo storico dell’arte Taco Dibbits, direttore del Rijksmuseum di Amsterdam, la mostra presenta l’intera gamma visionaria della pratica di Kapoor, la sua sensibilità pittorica e la sua abilità scultorea.

Alle Gallerie sono presentati una serie di lavori fondamentali, dalle sculture degli esordi eseguite col pigmento, come «1000 Names», alle opere sul vuoto, fino a sculture mai viste prima create con il Kapoor Black, un materiale nanotecnologico innovativo, capace di assorbire più del 99,9% della luce visibile. Grazie a questo brevetto Kapoor ci fa entrare in un territorio radicalmente nuovo, creando forme che appaiono e scompaiono davanti ai nostri occhi. Non mancano il cannone «spara cera» (o, meglio, «sangue», come lo definisce l’artista) e una serie di nuovi dipinti di forte impatto emotivo.

Tutte le opere presenti entrano inevitabilmente in dialogo con i grandi capolavori ospitati nel museo veneziano: il sangue del corpo martoriato dei santi, le ricerche sulla percezione, l’illusionismo, lo studio delle pieghe ecc. Ma quello che colpisce è il legame sottile tra la Galleria dell’Accademia e l’altra sede espositiva, dove sono presenti lavori possenti come «Mount Moriah at the Gate of the Ghetto» (2022) e «Destierro» (2017).

Palazzo Manfrin, infatti, fu voluto nel 1788 dal conte Girolamo Manfrin, ricco commerciante di tabacco, il quale aveva trasformato il primo piano dell'edificio in una galleria d'arte divenuta, velocemente, una delle maggiori attrazioni turistiche di Venezia. Quando a metà dell’Ottocento gli eredi vendettero la sua collezione, capolavori come «La tempesta» o «La vecchia» di Giorgione, finirono proprio all’Accademia. Ed è proprio questo legame con la storia artistica della città a cui Kapoor tiene particolarmente. Come ha dichiarato Mario Codognato (direttore del Manfrin Project): «Il progetto ambisce ad avanzare un nuovo apporto all’offerta culturale veneziana e internazionale, a diventare e a delineare un centro polivalente di esposizione e sperimentazione artistica, aperto a tutte le sinergie tra le arti, tra arte e scienza, e tra arte e dibattito politico sui grandi temi che attraversano il nostro tempo, in collaborazione e dialogo con le istituzioni e le realtà accademiche della città».

Il restauro del palazzo, diretto dall’architetto Giulia Foscari /UNAstudio e sviluppato in collaborazione con FWR associati, terminerà nel 2024, pronto per la prossima Biennale. Il possente catalogo che accompagna la mostra, ampia raccolta dei lavori dell’artista, è edito da Marsilio Arte, che ha curato anche l’organizzazione e l’ufficio stampa.

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