Jon Rafman e le eggregore del nostro tempo

Sulle tracce del videogioco «Punctured Sky», Domenico Quaranta ripercorre le ultime ricerche dell'internet artist per la genesi delle opere ora in mostra nella personale da Ordet a Milano

«Egregore» (2021) di Jon Rafman, installation view, Ordet, Milano. Courtesy l'artista e Ordet. Foto Nicola Gnesi «Punctured Sky» (2021) di Jon Rafman, installation view, Ordet, Milano. Courtesy l'artista e Ordet. Foto Nicola Gnesi «Punctured Sky» (2021) di Jon Rafman, installation view, Ordet, Milano. Courtesy l'artista e Ordet. Foto Nicola Gnesi Jon Rafman, «₳Ɽ฿ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴», installation view, Ordet, 2022 Courtesy l'artista e Ordet. Foto Nicola Gnesi «Minor Daemon I» (2022) di Jon Rafman, installation view, Ordet, Milano. Courtesy l'artista e Ordet. Foto Nicola Gnesi «Minor Daemon I» (2022) di Jon Rafman, installation view, Ordet, Milano. Courtesy l'artista e Ordet. Foto Nicola Gnesi «ᖴᗩᑕIᗩᒪᔕ I» (2022) di Jon Rafman, installation view, Ordet, Milano. Courtesy l'artista e Ordet. Foto Nicola Gnesi
Domenico Quaranta |  | Milano

Ho sentito per la prima volta menzionare «Punctured Sky» da Jon Rafman a fine 2020, in occasione di una conferenza online per gli studenti dell’Accademia di Brera che Rafman concluse con un aneddoto personale.

Secondo il racconto, un amico d’infanzia si riaffaccia nella sua vita dopo anni per fargli notare che su internet non si trova traccia di «Punctured Sky», il videogame a cui giocavano regolarmente ai tempi delle scuole medie. Jon è scettico: nulla può sparire completamente dalla memoria collettiva del web. Setaccia forum, archivi, enciclopedie, ma non riesce a trovare alcuna prova dell’esistenza del gioco. Anche l’amico che ha avviato l’indagine muore, lasciandolo solo con i suoi ricordi.

Quando Jon si risolve a chiederne conto alla madre, lei risponde: «Ho sempre trovato strano che quando tornavi da scuola ti sedessi per ore davanti al computer spento a fissarne lo schermo vuoto».

Incuriosito, non potei evitare di fare la mia ricerca, per scoprire che «Punctured Sky» era tornato ad abitare timidamente la rete, proprio in relazione al lavoro di Rafman: nel 2018 se ne servì come sottotitolo temporaneo del video «Shadowbanned»; nel 2019 lo usò come titolo per un progetto anomalo nella sua produzione, un rotolo illustrato realizzato in collaborazione con il fumettista Connor Willumsen su commissione della Sharjah Biennial.

Nessuno dei due lavori aveva a che fare con quel racconto d’infanzia; entrambi, tuttavia, parlavano di memoria, di identità, di tentativi fallimentari di ordinare il passato e di cartografare il presente, e di culti. Penelope è il nome della protagonista del papiro realizzato con Willumsen, e cartografare l’inferno urbano in cui vive è il suo lavoro.

«Tutto esiste per sempre. Niente dura. Niente muore. Le cose possono solo essere abbandonate o dimenticate», dichiara Rafman in «Shadowbanned» mentre scorrono immagini di detriti del passato, scritture dimenticate, simbologie oscure, archivi abbandonati e media obsoleti.

Ripensai a «Punctured Sky» alcuni mesi dopo, quando Rafman mi chiese di scrivere un testo per il catalogo di una collettiva al Kunstmuseum Bonn in cui avrebbe presentato un nuovo lavoro, un film incentrato su un personaggio intrappolato in una simulazione. Il film ancora non esisteva, ma Jon mi mandò la sceneggiatura e alcune brevi animazioni che sarebbero confluite nel lavoro finale.

Dal punto di vista narrativo il lavoro era ispirato al genere «creepypasta», brevi narrazioni horror create collettivamente sui forum e nei social network che si manifestano attraverso frammenti testuali e visivi, spesso realizzati manipolando materiale preesistente («-pasta» evoca gli spaghetti ma nasce dal deterioramento di «-paste», l’altra metà del copia-incolla); dal punto di vista visivo e delle meccaniche narrative, invece, il video avrebbe recuperato le estetiche e le strutture formali dei giochi d’avventura «punta e clicca», particolarmente diffusi negli anni Ottanta e Novanta.

Ma dal momento che il lavoro era in progress e avrebbe potuto evolvere anche radicalmente, ridussi al minimo i riferimenti alla storia e iniziai il mio testo evocando «Punctured Sky» per concentrarmi su alcuni temi ricorrenti del lavoro di Rafman: la dissoluzione del reale, il rapporto tra soggettività e immaginari collettivi.

In una strana concatenazione di eventi l’opera che nell’ottobre 2021 Rafman ha presentato al Kunstmuseum Bonn ha finito per essere «Punctured Sky Vol. 1», una prima versione del film in mostra in questi giorni da Ordet a Milano. Rafman ha rinunciato (temporaneamente) alla storia del game designer imprigionato dalla sua ex in una simulazione, per raccontare la «sua» storia.

L’artista compare anche in una breve sequenza del film quando, entrato in GTA 5 per seguire una traccia che sembra condurlo a «Punctured Sky», la visuale si sposta temporaneamente dalla prima alla terza persona e incontriamo il suo avatar, con gli occhiali e l’aspetto da ragazzo perbene.

L’indizio è così esplicito da destare sospetti: quella di «Punctured Sky» è davvero la sua storia, o è solo uno dei tanti universi narrativi annidati l’uno nell’altro in cui Rafman ama imprigionare lo spettatore per rendergli conoscibile, se non comprensibile, la complessità del reale contemporaneo? O piuttosto: non sono tutte le sue storie, anche quelle più visionarie ed estreme di «Dream Journal 2016 – 2019» e di «Minor Daemon», la sua storia?

Alla fine del film, quando Rafman mostra le foto del suo io bambino e dei suoi amici seduti, lo sguardo perduto nel vuoto, davanti a decine di schermi spenti, coperti di polvere e impronte, «Punctured Sky» si rivela per quello che è: un’eggregora in fase di dissoluzione, che Rafman sta cercando di rivitalizzare. Coniato nell’ambito dell’occultismo, il termine eggregora definisce un campo mentale, una forma-pensiero che si manifesta come emanazione di un ampio gruppo di persone che condividono un contesto culturale comune.

Arricchitosi nel tempo di contaminazioni con il pensiero teosofico e con l’idea dell’inconscio collettivo junghiano, in anni recenti il termine ha assunto nuove sfumature, venendo cooptato sia dalla teoria politica (le corporation sono eggregore, in quanto manifestazioni individuali di una collettività che esiste come soggetto giuridico) che dalla memetica.

I memi sono sempre emanazioni di una collettività; la loro identità non evolve per iniziativa di un singolo, ma per centinaia di impulsi convergenti. In casi specifici, queste emanazioni possono assumere una vita propria e una qualità magica, trascendere lo spazio discorsivo in cui si sono formati, influenzare il cosiddetto mondo reale: in altre parole, diventare eggregore.

Il caso più noto è quello di Pepe the Frog, il cartoon di una rana antropomorfa che, attraverso questo processo di rielaborazione collettiva, ha assunto connotazioni razziste e destrorse, si è collegato a un culto ancestrale (quello del dio egizio Kek) e alla simbologia nazista, fino a vedersi attribuire un ruolo nell’assunzione del «re dei troll» alla presidenza degli Stati Uniti.

L’eggregora è l’elemento unificante che raccoglie i diversi lavori presentati in «₳Ɽ฿Ł₮ɆⱤ Ø₣ ₩ØⱤⱠĐ₴», la personale di Rafman da Ordet, in una narrativa comune. Il titolo della mostra fa riferimento alla capacità delle eggregore di farsi «mastermind», di presiedere alla nostra comprensione dei mondi in cui si è frammentata la realtà e di cambiarne, con la loro occulta influenza, gli accadimenti, trasformando false notizie in verità condivise da comunità abbastanza ampie da assumere la concretezza della realtà, mobilitando masse, riscrivendo storie o la Storia.

All’ingresso della mostra siamo accolti da una videoinstallazione a tre canali intitolata, appunto, «Egregore» (2021): una collezione di microanimazioni in rapida successione, derivate dalla rielaborazione di materiali di internet raccolti negli anni dalle fonti più differenti, che illustrano nel loro scorrere il ribollire magmatico e abietto dell’inconscio collettivo di internet, che nutre l’immaginario personale di Rafman.

Quest’ultimo si riversa in «Minor Daemon I» (2022), un film in CGI (Computer-Generated Imagery) della durata attuale di 75 minuti, ma destinato a crescere ancora e a ingurgitare con foga rabelaisiana altri contenuti e altre storie. «Minor Daemon I» riprende dove si è interrotto l’incubo lucido di «Dream Journal 2016 – 2019», di cui eredita l’ambientazione, ovvero un mondo da weird fiction dove ogni abominio della carne, della natura e della tecnologia è non solo possibile ma normale; e il linguaggio visivo, un’animazione 3D tanto povera, sciatta e facile da realizzare con strumenti semi-professionali, quanto visionaria e imprevedibile nelle soluzioni che adotta.

Il risultato è un «bildungsroman» in cui lo spettatore si immerge con ondate alterne di piacere viscerale e insopprimibile disgusto, un romanzo di de-formazione in cui l’identità compatta di un bambino di buona famiglia viene progressivamente fatta a brandelli.

«La soggettività si è degradata a tal punto che non possiamo più nemmeno dire di essere dei soggetti», ha dichiarato Rafman nella conferenza menzionata in apertura. Sarebbe difficile trovare un’introduzione più adeguata a «ᖴᗩᑕIᗩᒪᔕ I» (2022), una collezione di «UV map», skin facciali per avatar derivate da scansioni di volti reali e modificate dall’artista con vari livelli di intervento.

Il video è in realtà una sorta di trailer o pubblicità realizzato utilizzando il linguaggio tipico dei video che illustrano l’applicazione di effetti speciali, per quello che dovrebbe essere nelle intenzioni di Rafman l’esito finale del progetto: un set di texture personalizzate, acquistabili e indossabili dai propri avatar. Nell’era dei tanto discussi metaversi, anche la soggettività diventa un asset e un costrutto fatto di frammenti di volti altrui e di detriti culturali.

Incorporata a vari livelli nel processo creativo di ciascuno dei lavori presenti in mostra, l’intelligenza artificiale gioca un ruolo da protagonista in «ɳҽɯ ραιɳƚιɳɠʂ», un ciclo di stampe su tela in cui nuove immagini vengono generate da un tool di intelligenza artificiale a partire da un input testuale e dalla configurazione di vari parametri. Rappresentata in mostra da un’unica tela, l’inquietante ritratto deformato di un bambino («Baby», 2022), la serie è ben documentata sull’account Instagram dell’artista.

Come è noto, gli algoritmi di intelligenza artificiale sono allenati su enormi dataset, aggregazioni di immagini su cui è stato effettuato un lavoro collettivo di raccolta, editing, riconoscimento e associazione a hastag testuali. In questo senso, l’AI è l’eggregora per eccellenza, l’emanazione creativa dell’inconscio e della storia collettiva da cui è plasmata e che influenza a sua volta con i suoi nuovi e conturbanti immaginari.

© Riproduzione riservata «Baby» (2022) di Jon Rafman, installation view, Ordet, Milano. Courtesy l'artista e Ordet. Foto Nicola Gnesi