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Mostre

Incroci di sguardi alla Collezione Maramotti

Enoc Perez e Brigitte Schindler incontrano Carlo Mollino; Svenija Deininger dialoga con Władysław Strzemiński

«Perché tu sai che posso guardare dietro le tende degli specchi» (2019), di Brigitte Schindler. © Brigitte Schindler

Sono i dialoghi, gli incroci di sguardi e di percorsi, gli esercizi di stile più efficaci per mettere in relazione punti di osservazione lontani nel tempo e nello spazio; sono i dialoghi, anche quelli impossibili, gli snodi che ci consentono di provare che la cultura è un esercizio dinamico di esplorazione dell’animo umano. A conferma di questo interesse per proposte inedite, studiate appositamente per sondare liberamente una rete aperta di relazioni estetiche e concettuali di respiro cosmopolita, si pongono le due mostre che accompagneranno la nuova stagione espositiva negli spazi della Collezione Maramotti.

Fino al 6 dicembre, «Two thoughts» (di cui abbiamo di nuovo occasione di parlare grazie alla proroga della mostra dopo il lockdown), è una personale in cui in realtà interagiscono due visioni. La poetica dell’artista austriaca contemporanea Svenija Deininger, protagonista dell’esposizione con un’ampia serie di raffinati dipinti realizzati appositamente per l’occasione, è infatti messa a confronto con quattro opere degli anni Venti di Władysław Strzemiński, figura chiave dell’avanguardia polacca, scomparso nel 1952.

L’incontro tra i due artisti avviene per un’apparente affinità rispetto al tema del rapporto tra arte e realtà, da entrambi risolto nella predilezione di una ricerca formale controllatissima, depurata da ogni descrittività e restituita in termini di austera semplificazione. Ma se Strzemiński, utopista attivo tra le due guerre mondiali e teorico del costruttivismo «militante», proponeva un’arte allontanata da ogni elemento narrativo credendo che il sottrarsi alla figurazione socialista avrebbe potuto trainare un radicale cambiamento della società, Deininger esplora una visione più intimista, sfiorando una declinazione esistenziale che appare remota da ogni discorso collettivo.

La sua attenzione per la stesura e la preparazione del supporto, la lunga esecuzione attraverso cui l’artista distilla e decanta la visione in rapporti formali e cromatici, si esprimono attraverso un’azione prolungata, come una meditazione in cui la pittura produce un rituale ininterrotto.

«Mollino/Insides. Enoc Perez, Brigitte Schindler, Carlo Mollino», dal 4 ottobre al 16 maggio invece, è un progetto in cui s’«incontrano» tre autori, incentrato sull’idea di luogo, inteso come metafora e come contesto. Al centro del dialogo c’è un luogo, reale e fisico ma soprattutto evocativo, uno spazio abitabile che, in maniera differente, li ha coinvolti e ispirati: l’ultima dimora dell’architetto, designer e fotografo Carlo Mollino in via Napione a Torino, uno spazio da lui mai realmente abitato e ignoto fino alla sua scomparsa.

Quell’enigmatico interno architettonico (ora Museo Casa Mollino), solo vagamente ipotizzabile come contesto del suo intrigante lavoro fotografico con le modelle negli anni ’50-60, è ora restituito alla visione da due artisti internazionali appassionati di architetture, che l’hanno visitato e interpretato in maniera indipendente.

Enoc Perez, artista portoricano operante a New York, ne affonda l’atmosfera in dipinti materici di grandi dimensioni, proponendoci un’incursione nell’immaginario, nel gioco ambiguo delle attese non rivelate.

Sguardo e linguaggio differenti per Brigitte Schindler, fotografa con base a Monaco di Baviera, che con il suo obiettivo ha a lungo lavorato in quegli interni catturando dettagli rivelatori, indizi di esistenza nascosti ai margini di oggetti scelti e posizionati da Mollino stesso, e che ora ce li restituisce in un sistema di visioni e riflessi tra i quali la complessa personalità del padrone di casa riemerge nel misurato rapporto segreto tra le cose e le stanze.

Valeria Tassinari, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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