Il termometro del mercato: Flora Yukhnovich

Con sole cinque mostre personali la giovane artista britannica raggiunge in asta cifre astronomiche. Il boom ad aprile, quando i suoi prezzi sono passati da 17mila a oltre due milioni

«I’ll Have What She’s Having» (2020) di Flora Yukhnovich. © Sotheby’s
Alessia Zorloni, Cristian Valenti |  | Milano

Come si costruisce la carriera di un artista di successo? Quali sono le caratteristiche che attraggono l’interesse delle gallerie internazionali e dei grandi collezionisti? E soprattutto, come si impone un giovane artista sul mercato e quali sono le strategie per influenzare e sostenere la domanda delle sue opere?

Non è facile dare risposte, anche perché ogni percorso artistico è unico, ma portare qualche esempio può servire a evidenziare tratti ricorrenti e contribuire a riconoscere le dinamiche che si possono innescare.

Nell’anno in corso uno dei fatti più clamorosi e allo stesso tempo emblematici della frenesia congenita al mercato dell’arte contemporanea è rappresentato dalla formidabile ascesa della giovane artista britannica Flora Yukhnovich (1990) e della corrispondente crescita esponenziale delle sue quotazioni. Entrata a far parte, a inizio 2021, della scuderia di Victoria Miro Gallery, una delle gallerie più influenti tra quelle attive sul mercato dell’arte contemporanea e con sedi a Londra e Venezia, Flora Yukhnovich è oggi acclamata per i suoi grandi dipinti nei quali reimpiega il linguaggio Rococò, recuperando le cromie e il dinamismo delle opere di artisti quali Giambattista Tiepolo, François Boucher, Nicolas Lancret e Jean-Antoine Watteau, rivisitati attraverso il filtro della cultura contemporanea.

Dopo un Master in Fine Art alla City & Guilds of London Art School (2016-17) e le prime mostre con gallerie emergenti, il lavoro di Yukhnovich è stato notato da Katy Hessel, curatrice preparata e intraprendente nonché animatrice del progetto «The Great Women Artists», che l’ha selezionata prima per una residenza d’artista a Palazzo Monti a Brescia (2018) e successivamente per una collettiva alla Victoria Miro Gallery (2019) a Londra. Dal suo incontro con la nota gallerista sono nate poi le sue prime due mostre personali nella sede di Venezia: «The Venice Paintings» e «Barcarole», entrambe del 2020.

Il suo curriculum conta ad oggi solo cinque mostre personali, tre delle quali tenutesi nel 2020, una l’anno precedente alla Parafin Gallery e la prima nel 2018 nella Brocket Gallery, specializzata in artisti esordienti. Su queste basi, non poteva non creare grande scalpore l’aggiudicazione da Sotheby’s a Londra lo scorso 14 ottobre di un suo dipinto del 2020, «I’ll Have What She’s Having», per l’astronomica cifra di 2.253.500 sterline (diritti inclusi); una rivalutazione di quasi 23 volte rispetto alla stima pre asta di 60-80mila sterline.

Dopo il suo debutto in asta da Bonhams il 27 aprile 2021, quando una sua opera su carta del 2018 è stata aggiudicata per 17mila sterline, i prezzi di Flora Yukhnovich hanno iniziato a lievitare. Si trattava di un piccolo olio di 21x15 cm realizzato durante la residenza a Palazzo Monti e offerto con una stima conservativa di 2-3mila sterline. Solo due mesi più tardi, da Phillips a New York, la sua tela «Pretty Little Thing» (2019) veniva venduta a 682.475 sterline (847.346 diritti inclusi), 15 volte la sua stima minima di 43.103 sterline, stabilendo un nuovo, momentaneo, record.

Primato infranto, come già detto, lo scorso ottobre, quando «I’ll Have What She’s Having» (2020) un olio di grandi dimensioni (169,5 x 220) viene aggiudicato per 1.850.000 di sterline (2.253.500 diritti inclusi), proiettando la Yukhnovich a fianco di altre giovani star del mercato quali Nicolas Party (1980), Amoako Boafo (1984) o Tschabalala Self (1990).

Al momento del suo arrivo a Brescia nel 2018, ricorda Edoardo Monti, direttore e fondatore di Palazzo Monti, la Yukhnovich era rappresentata dalla Parafin Gallery e le sue quotazioni erano comprese tra le mille e le 7-8mila sterline per i lavori di grande formato, mentre i progetti su carta potevano essere acquistati per 200-300 sterline. Solo due anni dopo le richieste per i lavori di grandi dimensioni esposti nella mostra «Barcarole» (settembre-ottobre 2020) alla Victoria Miro Gallery andavano da 70mila a 140mila sterline mentre i lavori più piccoli su carta erano proposti a 6-9mila sterline.

L’exploit della Yukhnovich, del resto, non costituisce un evento isolato nel mercato, che in particolar modo nell’ultimo decennio ha assistito con regolarità alle improvvise impennate di artisti emergenti, a seguito della collaborazione con una delle mega gallery globali. Uno tra i primi esempi di questo trend, è stato il caso di Oscar Murillo (1986), artista di origine colombiana che, diplomatosi al London College of Art nel 2012, ha fatto la sua prima apparizione in asta nel maggio 2013, quando un suo lavoro è stato venduto da Sotheby’s per 37.500 dollari con una stima di 20-30mila.

Solo un mese più tardi altri lavori realizzati dall’artista nel 2011-12 e proposti con una stima simile (30-40mila dollari) apparivano simultaneamente alle vendite di Christie’s, Phillips e Sotheby’s, raggiungendo rispettivamente le aggiudicazioni record di 392mila, 225mila e 179mila dollari. Nello stesso anno, a settembre, la galleria David Zwirner annunciava l’entrata di Oscar Murillo nella sua scuderia. Per tutta la seconda metà del 2013, i prezzi in asta per le opere di Murillo hanno continuato a salire, ma già dall’anno successivo i suoi valori hanno cominciato a calare in modo deciso, evidenziando come il mercato dell’artista fosse stato oggetto di una spregiudicata operazione speculativa.

Ad oggi il mercato di Murillo sembra essersi assestato e appare comunque solido, malgrado rispetto al record year del 2013 il valore medio dei suoi lavori sia sceso di circa il 60%. Simili parabole di forti rialzi seguiti da brusche contrazioni del fatturato a distanza di poco tempo si sono recentemente riscontrate per artisti quali Tauba Auerbach (1981), Sterling Ruby (1972), Anselm Reyle (1970), fino al caso limite di Parker Ito (1986), artista americano di origini giapponesi che ha visto il suo turnorver passare da 863mila dollari nell’anno del suo debutto sul mercato (2014) ai 28mila già nel 2016, fino a un mero 6.186 nella prima metà del 2021.

La quantità di giovani artisti che arrivano sul mercato e la rapidità con cui passano da prezzi emergenti a valori iper consolidati, è qualcosa da guardare con un certo grado di cautela e che può avere un impatto anche negativo sulla carriera di un giovane artista. Infatti con l’aumento repentino dei prezzi ai musei potrebbe essere preclusa la possibilità di acquisire le opere di questa generazione di artisti. In che modo allora una galleria riesce a proteggere un giovane artista dalla speculazione?

Una pratica che si sta diffondendo sempre di più tra le grandi gallerie è quella di incoraggiare i collezionisti ad acquistare due lavori dell’artista per donarne uno a un museo. Infatti, collaborando con galleristi e collezionisti, i musei sono in grado di acquisire opere che altrimenti non potrebbero permettersi. Ma, se le donazioni dei collezionisti sono inestimabili nell’aiutare le istituzioni a incrementare le collezioni, questa pratica presenta «conflitti di interesse» che non dovrebbero essere sottovalutati.

Sei un collezionista che desidera acquistare un’opera di un artista molto richiesto, probabilmente under 40 e con una lunga lista d’attesa? Bene, allora è probabile che la galleria ti selezioni non solo sulla base della tua serietà, ma anche in base al fatto che acquisterai due opere e ne donerai una a un museo. Molto spesso ti troverai anche nella situazione di non poter scegliere né l’opera che acquisti né il museo a cui l’opera verrà donata. D’altra parte, se un lavoro costa 150mila dollari e il suo valore nel mercato secondario è di 900mila, anche se ne acquisti due, starai sempre facendo un affare.

© Riproduzione riservata Flora Yukhnovich. Foto di Louise Benson