Il termometro del mercato: Barbara Kruger

Pioniera della critica ai media, con le sue immagini e scritte in bianco e nero mette in discussione gli inganni del capitalismo, della politica, della pubblicità a partire dagli anni ’60

«Thinking of You. I Mean Me. I Mean You» (2019) di Barbara Kruger
Alessia Zorloni, Erika Vistoli |

La mostra. Invitata da Cecilia Alemani a partecipare alla 59ma edizione della Biennale di Venezia, dalla fine degli anni Sessanta Barbara Kruger (Newark, Usa, 1945) ha abbinato immagini in bianco e nero a messaggi provocatori per mettere in discussione gli inganni del capitalismo, della politica, della pubblicità e di una società sempre più consumistica. Pioniera della critica ai media, nella sua carriera ha utilizzato una stupefacente varietà di mezzi espressivi, dai collage alle videoinstallazioni, dalle copertine delle riviste alle borse di tela, continuando a inserire, su uno sfondo nero o rosso, i suoi testi.

I suoi lavori si possono vedere al Los Angeles County Museum of Art fino al 17 luglio e di seguito al MoMA di New York, nella retrospettiva intitolata «Thinking of You. I Mean Me. I Mean You». La mostra, organizzata in collaborazione con l’Art Institute di Chicago, copre quattro decenni di pratica artistica e rappresenta la raccolta più ampia e completa dedicata all’artista americana negli ultimi vent’anni. Nelle opere che Barbara Kruger espone, non solo a Los Angeles e New York, ma fino al 28 agosto anche alla Neue Nationalgalerie di Berlino, l’artista si confronta in maniera diretta con i cliché e gli stereotipi visivi, sociali e politici della contemporaneità.

La carriera. Barbara Kruger studia arte e design alla Parsons School of Design di New York, dove si diploma nel 1966. Ci vorranno più di dieci anni prima che l’artista arrivi a definire precisamente la propria identità artistica, passando dalla tessitura alla pittura fino ad approdare alla fotografia. Prima di esordire come artista Kruger lavora come art director per la casa editrice statunitense Condé Nast. Questa esperienza si rivelerà in seguito fondamentale per la costruzione del suo linguaggio caratterizzato da una grafica immediatamente riconoscibile.

Nel 1973 alcuni suoi scatti sono selezionati per la Biennale del Whitney Museum, ma la consacrazione a livello internazionale si deve sicuramente alla sua partecipazione come rappresentate del Padiglione statunitense alla Biennale di Venezia nel 1982 e nel 2005, quando vinse il Leone d’Oro. Si susseguono poi negli anni una serie di importanti mostre personali ospitate dalle istituzioni più note tra cui la Schirn Kunsthalle Frankfurt (2010), la Kunsthaus Bregenz (2013), la National Gallery of Art di Washington (2016) e l’Art Institute di Chicago (2021). Queste occasioni le permettono di raggiungere importanti risultati sia sul mercato primario sia in asta, dove le sue opere compaiono per la prima volta alla fine degli anni Ottanta.
Barbara Kruger
Il mercato. Con un fatturato totale di circa 22,5 milioni di dollari, il suo mercato secondario ha fatto registrare nel tempo un andamento variabile ma sempre sostanzialmente in crescita. Nel 2011 viene superato per la prima volta il milione di dollari di fatturato annuo, che da allora è sceso al di sotto di tale soglia soltanto in due occasioni, nel 2012 e nel 2017, per poi abbattere nel 2018 anche il muro dei 2 milioni annui. Risale al 2021 il record d’asta dell’artista, con la vendita di «Untitled (Your Manias Become Science)», una grande fotografia in bianco e nero del 1981 che riflette sul tema catastrofico della guerra nucleare.

L’opera, stimata 500-700mila dollari, è stata aggiudicata da Christie’s New York per 950mila. Tra i lavori più richiesti della Kruger figurano le iconiche fotografie in bianco e nero con i banner a sfondo rosso e le scritte bianche. Tra queste anche l’opera «I Shop Therefore I am» del 1983 che riprende in chiave polemica, contro l’attuale società consumistica, il motto cartesiano «cogito ergo sum». L’artista americana è rappresentata dal 1985 dalla galleria Sprüth Magers di Berlino con sedi anche a Londra e Los Angeles. La sua produzione è trattata anche da David Zwirner nelle sue gallerie di New York, Londra e Parigi.

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