Il ruggito del randagio

A Palazzo dei Diamanti un altro omaggio ad Antonio Ligabue, «Toni al màtt» per la gente di Gualtieri

Valeria Tassinari |  | Ferrara

Dopo diverse mostre (le più recenti a Parma e a Gualtieri) e l’interpretazione cinematografica di Elio Germano in una pellicola fresca vincitrice del David di Donatello, ancora un evento dedicato a Ligabue, «Toni al màtt». Così lo chiamava la gente di Gualtieri, la cittadina della Bassa padana dove era approdato nel 1919, cacciato via dalla Svizzera come un randagio.

Se la sua terra natale gli era stata ostile, poco ospitale gli fu anche la terra d’origine di suo padre, perché Antonio, straniero in ogni luogo, era anche «matto», diverso, con quella faccia storta e malata, difficile da guardare. Non ci fu salvezza, o consolazione, per lui, se non nell’arte, in quella sua pittura selvaggia e potente, in quell’ingenuità geniale che l’artista Marino Mazzacurati per primo seppe vedere, tanto bene da incoraggiarlo a immergersi nel colore, a far uscire il grido e la forza, a sognare il reale e a trasformare l’incubo in compagno di strada.

Costruita sulle tracce di quella vita tormentata che, tra furore e dolore, sembra proprio un romanzo, la mostra «Antonio Ligabue. Una vita d’artista» allestita fino al 27 giugno al Palazzo dei Diamanti cavalca l’immaginario popolare sull’artista, reietto in vita e celebrato dopo la morte. «È stato presentato come la reincarnazione del mito del “buon selvaggio” […] che tuttavia, nei suoi quadri, nelle sue sculture, attinge a una genialità innata, nella quale romanticamente arte e vita si confondono», afferma Marzio dall’Acqua, curatore con Vittorio Sgarbi sotto la supervisione di Augusto Agosta Tota, presidente della Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma, partner della Fondazione Ferrara Arte.

Tra le cento opere, impasti cromatici esplosivi per immagini note, come le tigri dalle fauci spalancate e gli spietati autoritratti, i paesaggi rurali e gli animali da cortile, ma anche alcuni inediti e piccoli bronzi animalier. Infine una serie di sorprendenti disegni a matita, densi di rabbia e talento, firmati con una calligrafia da bravo bambino che fa persino intenerire. La mostra è dedicata a Franco Maria Ricci, tra i primi a valorizzare l’opera di Ligabue.

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