Il «re galantuomo» a Bologna

Il monumento a Vittorio Emanuele II di Giulio Monteverdi è rimasto in piazza Maggiore sino a che i repubblichini nel 1944 se la presero con quel simbolo della monarchia

Il «re galantuomo» a Bologna
Marco Riccòmini |

Sguardo diretto a un punto lontano, stivali piantati nelle staffe a frenare lo slancio del destriero, quasi che l’attenzione fosse distratta da qualcosa. Forse il cedimento del fronte austriaco sulle alture di San Martino sotto l’assalto delle brigate Casale, Acqui, Aosta, Cuneo e Pinerolo. Alla fine i suoi «fieuj» (ovvero i suoi soldati) l’avevano presa «San Martin», come li aveva esortati a fare in piemontese, prima della battaglia.

Magari lo scultore alessandrino (non nel senso classico del termine, sia chiaro) Giulio Monteverde (1837-1917), aveva davvero voluto raffigurare il «re galantuomo» nei pressi dello scontro che segnò la sconfitta decisiva dell’Austria, come si diceva quando il monumento in bronzo venne svelato al pubblico bolognese. Che poi, ci fu chi lo voleva girato da una parte e chi dall’altra, ossia col sedere del cavallo rivolto a San Petronio.

Alla fine, prevalse il buon senso, e il condottiero finì col puntare alla basilica (dando le terga a Palazzo Re Enzo), avendo la testa girata verso il Comune, così da far contenti tutti quanti. Cosa guardasse, sotto la visiera del berretto, neanche il Monteverde poteva dirlo con sicurezza, visto che non sapeva dove sarebbe stato collocato. Il suo monumento a Vittorio Emanuele II rimase sul temenos di piazza Maggiore appena 56 anni, da quel giugno del 1888 in cui venne inaugurato.

Già, perché scappato alla chetichella il suo omonimo discendente, lasciando i sudditi a levare le castagne dal fuoco (dei tedeschi), i repubblichini nel 1944 se la presero con quel simbolo della monarchia, spostando il ritratto del re che aveva fatto l’Italia nei Giardini Margherita (detti così in onore di sua nuora, moglie di Umberto I, nota per aver dato il suo nome alla pizza mozzarella e pomodoro), dov’è rimasto da allora.

Alla vigilia dello scontro finale della seconda guerra d’indipendenza, per stemperare la tensione, Vittorio Emanuele aveva avvisato i suoi uomini che «o piôma San Martin o j’àuti an fan fé San Martin a nui!», e cioè che o vincevano quella battaglia o gli austriaci avrebbero fatto fare a loro «San Martino», ossia li avrebbero sloggiati. Chissà se si sarebbe aspettato che a sloggiare lui, anni più tardi, sarebbe stato il suo stesso popolo.

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