Il mondo in tre date

Con un titolo che rimanda alla leggendaria mostra di Steichen, «The Families of Man» racconta quanto siamo cambiati dal 1989 al 2019

Luca Campigotto, «Hong Kong», 2016 © Luca_Campigotto
Monica Poggi |  | Aosta

Fino al 10 ottobre al Museo Archeologico Regionale la fotografia italiana racconta i piccoli e grandi cambiamenti della società dal 1989 ad oggi. Con un titolo che richiama la nota esposizione ideata nel 1955 da Edward Steichen al MoMA di New York, trasponendone però al plurale il soggetto, «The Families of Man» riunisce un centinaio di opere realizzate da circa cinquanta autori che in tempi e attraverso modalità differenti hanno saputo raccontare gli stravolgimenti culturali, politici, economici e tecnologici degli ultimi anni.

Promossa dall’Assessorato Beni culturali della Regione Autonoma Valle d’Aosta e ideata da Electa (che pubblica il catalogo dove sono raccolti i testi di autori e studiosi tra i quali anche Silvia Paoli, Daria Jorioz, Roberta Carlini, Marco Belpoliti e Giorgio van Straten) la mostra si struttura come una vera e propria «narrazione cronologica, sottolineano i due curatori Elio Grazioli e Walter Guadagnini, non solo lineare ma anche trasversale, attraverso incroci, contrasti, paralleli, varianti, corrispondenze», organizzata in un allestimento e in un progetto grafico (firmati rispettivamente da Massimo Curzi e Leonardo Sonnoli) che sono un omaggio alla mostra americana del 1955.

Sono tre le date che delimitano le altrettante sezioni in cui è organizzata l’esposizione: il 1989, con la simbolica caduta del muro di Berlino e l’inizio dell’epoca della globalizzazione; il 2000, con l’ingresso nel nuovo secolo e in una società sempre più connessa attraverso la tecnologia ma contemporaneamente lacerata dai conflitti innescati dall’attentato alle Torri Gemelle dell’anno successivo; infine il 2019, soglia oltre la quale il mondo si è arrestato di fronte alla pandemia, imponendo uno dei cambiamenti più incisivi degli ultimi decenni sul vivere quotidiano di tutti noi.

Fra gli sguardi che compongono questo panorama vario e complesso ritroviamo quello di grandi maestri come Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Franco Vaccari, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Letizia Battaglia e Giovanni Gastel, di autori contemporanei già riconosciuti a livello internazionale come Paolo Pellegrin, Armin Linke, Francesco Jodice, Alex Majoli, Paolo Ventura, Paola De Pietri, Adrian Paci e Paola di Bello, ma anche degli esponenti delle ultime generazioni, fra cui Nicola Lo Calzo, Alba Zari, Lorenzo Vitturi e Irene Fenara, per citarne solamente alcuni.

È nelle prime e nelle ultime immagini che compongono il percorso espositivo che il richiamo a «The Family of Man» si fa più esplicito. La mostra si apre infatti con l’«Alpe di Siusi» di Luigi Ghirri, dove una coppia di anziani si dirige, mano nella mano, verso le montagne, e con la poetica fotografia di un cesto di ciliegie di Guido Guidi, in linea con l’immaginario proposto da Steichen basato sull’idea di un’umanità pacificata e riunita da un destino comune.

La chiusura, invece, è affidata a immagini legate all’infanzia e alla maternità, rimando all’iconico scatto di Eugene Smith con i due bambini che si incamminano in un bosco che chiude il catalogo della mostra del 1955, ma anche alla speranza per un nuovo inizio, a una ripartenza dopo il difficile anno appena trascorso. Fra questi due poli, il nostro presente viene però raccontato con un intento sociologico che tiene conto anche delle difficoltà e delle contraddizioni portate dal progresso, con un aumento sempre più evidente delle disuguaglianze e con la crisi ecologica che minaccia il futuro dell’umanità

© Riproduzione riservata Ferdinando Scianna, dalla serie «Marpessa», Caltagirone, Sicilia, 1987 © Ferdinando Scianna
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