Il lusso dei lussi: avere un museo privato

Da Frick e Isabella Stewart Gardner a Pinault, Arnault e i collezionisti cinesi: il boom ha inizio nel 2000, affidato a grandi architetti e con ripercussioni importanti sull’intero sistema della cultura

Il Crystal Bridges Museum di Bentonville in Arkansas (Usa)
Alessia Zorloni |

Georgina Adam, storica firma di «The Art Newspaper», editorialista del «Financial Times» e fra le massime esperte di mercato dell’arte, torna in libreria con L’inarrestabile ascesa dei musei privati (trad. di Mariella Milan, 96 pp., Johan & Levi, Monza 2021, € 13), un’inchiesta sulla proliferazione dei musei privati. Un fenomeno che nel XXI secolo ha assunto una dimensione globale con ripercussioni importanti sulla società e sull’industria culturale.

Gli Stati Uniti vantano una lunga tradizione di istituzioni fondate da collezionisti privati. Se è vero che le prime nascono tra l’inizio del secolo scorso e gli anni Trenta, con la Frick Collection di New York e l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, è anche vero che a partire dagli anni Sessanta si è registrato un incremento di nuovi musei. Ne sono un esempio il J. Paul Getty Museum, l’Hammer Museum e il Norton Simon Museum.

Negli anni Ottanta questo fenomeno si è intensificato con importanti famiglie di collezionisti come i Rubell o i Broad, per poi diffondersi in Europa, dove, nel 1983, Dakis Joannou fonda il Deste Museum ad Atene e nel 1985 Charles Saatchi apre a Londra la Saatchi Gallery. Ma la loro crescita vertiginosa, con musei affidati a celebri architetti, si registra a partire dal 2000.

I fondatori e le loro motivazioni
Generalmente i collezionisti che scelgono di istituire un museo privato sono persone agiate, dotate di ingenti patrimoni immobiliari e mobiliari che consentono loro non soltanto di acquistare le opere d’arte che vanno a comporre le collezioni museali, ma anche di coprire i costi d’avviamento e di gestione dei musei. Diverse sono le motivazioni che spingono i magnati a fondare musei privati, tra cui la passione per il collezionismo, la volontà di condividere la propria collezione con il grande pubblico e quella di migliorare l’offerta culturale della propria città o regione.

A muovere alcuni di essi, tuttavia, sono anche una certa sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche e, in qualche caso, obiettivi più controversi: autocelebrarsi, far crescere il valore della propria collezione, accedere più facilmente a opere d’arte appetibili e ottenere cospicue agevolazioni fiscali, come accade negli Stati Uniti a coloro che mettono a disposizione della società il proprio patrimonio artistico.

Gli Uhnwi e i loro musei
Molti musei privati sono stati fondati dagli Uhnwi («Ultra-high-net-worth individuals», con patrimonio netto sopra i 30 milioni di dollari, Ndr) che compaiono nella classifica annuale di «Forbes». Il più facoltoso risulta essere Bernard Arnault, magnate del lusso e proprietario del gruppo Lvmh, dotato di un patrimonio stimato 200 miliardi di dollari, al terzo posto della classifica di «Forbes». Noto collezionista d’arte, Arnault è riuscito a integrare l’arte al business fino a inaugurare nel 2014 la sede della Fondation Louis Vuitton progettata da Frank Gehry a Parigi, dove è esposta la sua collezione privata.

Tra gli altri ci sono Alice Walton, fondatrice del Crystal Bridges Museum di Bentonville in Arkansas (Usa) ed erede della catena di supermarket Walmart, che, con il suo patrimonio di 65 miliardi di dollari, si trova alla 12ma posizione della classifica; 32ma posizione per l’altro magnate del lusso francese, François Pinault, proprietario del gruppo Kering e fondatore di Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia e del nuovo spazio a Parigi alla Bourse de Commerce.

L’industria del lusso
Per le grandi aziende, in particolare del lusso, i musei privati rappresentano anche uno strumento di branding, per connotarsi non solo come colossi imprenditoriali ma come entità socialmente impegnate capaci di restituire valore alla comunità. Oltre alla volontà di creare delle destinazioni iconiche, appetibili per un pubblico diverso per interessi e nazionalità, questi musei sottolineano come la nuova frontiera del lusso sia sempre più legata ai temi di responsabilità sociale, in linea con una tendenza che vede le aziende di moda nel ruolo di promotori delle nuove generazioni nel mondo dell’arte, oltre che del patrocinio e della tutela dei beni storici e architettonici.

L’impatto dei musei privati
Molti musei privati consentono l’accesso a opere che altrimenti resterebbero invisibili, offrono una piattaforma per l’arte e per gli artisti, forniscono programmi educativi alle comunità locali e spesso producono ricadute positive sul tessuto culturale ed economico di città e regioni, come dimostra l’«effetto Bilbao» generatosi a Hobart, in Tasmania, con il Museum of Old and New Art. Eppure, nei confronti delle istituzioni private resiste un sentimento di diffidenza. Spesso sono percepite come un modello di autocelebrazione, uno stratagemma usato dai miliardari per eludere il fisco o per far crescere le quotazioni degli artisti prediletti: in sostanza come un riflesso delle pesanti disparità che esistono nella società odierna.

Intrecciando dati e dichiarazioni dei diretti interessati, Georgina Adam prende in esame le diverse forme assunte da questi enti, le caratteristiche dei loro fondatori, le modalità di finanziamento, il rapporto con le istituzioni pubbliche e le questioni relative alla loro sostenibilità e all’eredità che lasceranno. Non manca una sezione dedicata alla situazione dei musei privati in Cina, dove il fenomeno è strettamente connesso all’industria immobiliare. Infine, un’altra disamina riguarda la possibilità che tali collezionisti, con i loro nuovi e grandiosi musei, stiano piegando il discorso culturale in funzione dei propri gusti e interessi personali.

© Riproduzione riservata La Fondation Vuitton a Parigi
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