Il lascito di Federico Zeri al Museo Gregoriano Egizio

Era appassionato della tarda antichità e sentiva un forte legame con i Musei Vaticani

L’egittologa Alessia Amenta. © Foto Governatorato SCV - Direzione dei Musei Rilievo funerario con busto femminile da Palmira (200-273 d.C.). © Foto Governatorato SCV - Direzione dei Musei Ritratto del Fayum di giovane uomo (tarda età dei Severi, 220-250 d.C.). © Foto Governatorato SCV - Direzione dei Musei
Alessia Amenta |

«Sono un libero professionista che si dedica alla storia dell’arte. Non sono legato né all’università, né ai partiti politici, né alle sacrestie. Sono un uomo libero. Dico quello che voglio, faccio quello che voglio». Queste parole di Federico Zeri racchiudono l’essenza più intima della sua straordinaria personalità, che tanto ha influenzato il pensiero, il mondo della cultura e della storia dell’arte del XX secolo.

«Raccontare» di questo personaggio tanto complesso permette di comprendere il valore del suo lascito ai Musei Vaticani. Ho preferito farlo rievocandolo con alcuni degli aggettivi con cui lo hanno definito i diversi personaggi che lo hanno conosciuto, frequentato, stimato, amato, rispettato, ma anche temuto e «odiato»: geniale, burbero, ingordamente curioso, burlone, scontroso, sincero, scomodo, impopolare, narcisista, estroso, feroce, solo e anche isolato, caustico, libero in tutto, passionale, detective, ammaliatore, schivo, irriverente, imprevedibile, apocalittico, indiscutibilmente uno studioso d’eccezione.

Antonio Paolucci, allora direttore dei Musei Vaticani, ha creato un neologismo, per descrivere in una parola la sua personalità: «contretà», ovvero l’essere contro per intelligenza, per divertimento, a volte per partito preso. Zeri è stato infatti il giudice più severo dell’amministrazione culturale in Italia. Non riusciva a perdonare che i soprintendenti si occupassero principalmente del turismo culturale e del «mercantificio» dei musei, abbandonando la cura del territorio e trascurando la periferia dell’arte. Il primo dovere e compito sarebbe dovuto essere invece quello della catalogazione, pubblicazione e sistemazione dei depositi museali, troppo spesso lasciati all’incuria e all’abbandono.

Sul suolo della penisola riconosceva un unico primato, quello dei Musei Vaticani, che considerava «affidabili» nella gestione, conservazione e valorizzazione. Quello con i Musei fu essenzialmente un rapporto di stima e fiducia, a cui si aggiungeva un’ammirazione profonda per quei luoghi e monumenti, che risvegliavano in lui anche ricordi lontani. A soli cinque anni Zeri, come ricorda nella sua autobiografia, aveva scoperto le Stanze di Raffaello, restandone impressionato dal ritmo e dalla grandiosità compositiva, mentre la Cappella Sistina lo aveva intimidito: «Mi ricordava un’enorme grotta percorsa da presenze minacciose e non vi ravvisavo alcun omaggio alla bellezza fisica».

I suoi ricordi continuavano da ragazzo, quando, dopo la guerra, faceva da guida per Roma agli ufficiali americani, ritornando nei Musei Vaticani con quello stesso stupore di bambino. Quegli ambienti raccontano anche di uno Zeri ormai anziano, sulla sedia a rotelle, che sale sui ponteggi della Cappella Sistina, faccia a faccia con il «Restauro del secolo».

Il suo legame con i Musei Vaticani si era rafforzato nel tempo per la grande stima del suo allora direttore Carlo Pietrangeli. Fu così che Zeri nel 1998, qualche mese prima di morire, invitò nella sua villa di Mentana l’allora direttore, Francesco Buranelli, dichiarando la sua intenzione di un lascito archeologico, che fu poi acquisito ufficialmente nel 1999 dopo la sua morte: un ritratto del Fayum di giovane uomo e dieci ritratti funerari da Palmira, che si aggiunsero ad altri tre già presenti nella collezione vaticana, che andò così a costituire la raccolta del genere più importante in Italia.

Questo lascito è il suo riconoscimento ai pontefici per avere raccolto e messo a disposizione opere d’arte di tutti i tempi e di ogni civiltà, per essersi impegnati costantemente nella loro conservazione, restauro e valorizzazione. La Chiesa avrebbe inoltre svolto un ruolo fondamentale nell’acquisire e traghettare la classicità verso l’arte del Medioevo e del Rinascimento.

Zeri era particolarmente legato a tutti quei pezzi, poiché inseriti in un’età cruciale, quella della tarda antichità, che egli personalmente dominava grazie alla sua profonda conoscenza e padronanza delle fonti antiche, e che amava indagare con continua e immutata passione. Era interessato alle epoche di passaggio, alle trasformazioni profonde che le ideologie e le religioni producono in quelle fasi sulle forme d’arte. Il lascito Zeri arriva dunque a coronamento di un lungo e sincero rapporto di frequentazione e stima con i Musei Vaticani, con il valore anche di riconoscimento spassionato. Un dono con una duplice faccia, poiché ha rappresentato l’occasione per i Musei stessi di non tradire la fiducia riposta.

Nell’approfondire questo personaggio ho recuperato un’ulteriore motivazione più intima per questo lascito. Zeri era solito ripetere che nella sua villa di Mentana aveva raccolto oggetti significativi, ciascuno capace di raccontare un pezzo della sua storia. Non comprava infatti cose rare, perché non era interessato a investire e non credeva nell’opera d’arte come oggetto da capitalizzare. La sua collezione straordinaria era il diario della sua vita e lui stesso si definiva un collezionista di ricordi. E se non era stato possibile acquistare e conservare nella sua villa un ricordo tangibile di quel fremito e di quell’entusiasmo che aveva provato nei Musei Vaticani, mi piace pensare che Zeri avesse allora voluto lasciare lui la memoria di quelle emozioni proprio dove le aveva provate, attraverso un lascito consapevole di pezzi archeologici d’eccezione, che avevano per lui un significato importante e profondo.

Nella sua casa rifugio di Mentana i ritratti palmireni erano collocati nell’ingresso, in una sorta di galleria dei personaggi illustri di famiglia. Si definiva infatti «siriano» ed era profondamente convinto dell’origine della sua famiglia dall’antica città siriana di Homs (Emesa), da cui partiva la pista carovaniera che conduceva fino all’Eufrate nell’oasi della favolosa città di Palmira, crocevia importante per i commerci verso l’Oriente. L’interesse di Zeri per questi ritratti aveva però anche motivazioni storiche e culturali: Palmira sorgeva nella Siria orientale, lungo il limes dell’impero romano, e Zeri si era sempre mostrato entusiasta dell’arte dei confini, perché l’interpretazione provinciale dei motivi dell’arte classica nella tarda antichità preannunciava il cosiddetto Medioevo.

L’altro straordinario pezzo in lascito è il ritratto del Fayum di giovane uomo, datato alla tarda età dei Severi, a cui Zeri era molto legato. Questo dipinto a encausto su tavola decorava infatti una parete della sua camera da letto. Lo considerava un capolavoro assoluto di naturalismo e lo datava all’epoca costantiniana, quando una profonda trasformazione politica, sociale, culturale e artistica avrebbe provocato una rottura definitiva con la tradizione naturalista dell’arte greca, aprendo le porte al Medioevo. Seppure la sua datazione non sia corretta, Zeri aveva però ben riconosciuto, con il semplice intuito, il valore di questa tipologia di manufatti, che rappresentano una testimonianza importante dell’evoluzione della pittura su legno dall’età faraonica a quella romana, gettando le basi per quella successiva, conservando insieme la tradizione funeraria egizia con la tecnica e lo stile alessandrino e romano.

Il ritratto fu un dono del cugino Antonio Muñoz e apparteneva alla collezione del conte Stroganoff. Muñoz ammirava Zeri e i comuni interessi si riflettono nella sua importante collezione, fatta anch’essa di reperti antichi, tutti di antichità tarda (anche un ritratto da Palmira), quadri, fotografie, volumi d’arte. Proprio a partire da questo dono significativo si è riflettuto sull’eredità culturale e sulla consonanza di interessi, finora trascurati, che accomunavano i due studiosi romani. Un filo sembra piuttosto intrecciare le loro vite e legare queste due personalità, che indubbiamente si apprezzavano e stimavano molto. Gli oggetti del lascito Zeri conservati nel Museo Gregoriano Egizio sono dunque tutti da considerarsi in primo luogo il segno di un pezzo della sua vita, il ricordo di momenti anche intimi, la memoria di una parte di ciò che è stato, così come ogni altro oggetto conservato gelosamente nella sua villa di Mentana. E il proposito intenzionale in vita di questo lascito non può non considerarsi che il più grande gesto d’amore e di stima per l’istituzione dei Musei Vaticani.

L’autrice è curatrice del Reparto Antichità Egizie e del Vicino Oriente dei Musei Vaticani

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