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Mostre

Il dominio teatrale delle cose

Prima monografica su Verrocchio a Palazzo Strozzi

«Madonna col Bambino» (1470 o 1475 ca) di Andrea del Verrocchio, Berlino, Staatliche Museen zu Berlin-Gemäldegalerie. © Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie / Christoph Schmidt. A destra la «Madonna col Bambino» del V&A di Londra: per Francesco Caglioti è opera di Leonardo, che l’avrebbe eseguita nel 1472

Firenze. Nell’anno delle celebrazioni di Leonardo da Vinci giunge una mostra dedicata al suo maestro, «Verrocchio, il maestro di Leonardo» (dal 9 marzo al 14 luglio, catalogo Marsilio), a cura di Francesco Caglioti e Andrea De Marchi.

Promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi e dai Musei del Bargello con la collaborazione della National Gallery of Art di Washington (seconda sede dell’esposizione dal 29 settembre al 2 febbraio 2020), si tratta della prima monografica sull’artista, frutto del confronto fra le competenze scientifiche dei due studiosi, fra scultura e pittura, e intreccia, nelle 11 sezioni del percorso di Palazzo Strozzi, la sequenza cronologica e i generi.

«Una mostra molto ambiziosa, quasi sfacciata, la definisce Caglioti, che vuole rappresentare la grandezza somma di Verrocchio, vero padre della Firenze laurenziana». Infatti, sebbene gli studi si siano finora concentrati solo sui capolavori degli anni ’70-80 del Quattrocento, l’influenza di Verrocchio si esercita ben prima, anche su artisti quali Botticelli. «È lui il grande erede di Donatello, di cui rilevò la bottega, sottolinea Caglioti, come infatti indicano le fonti prima di Vasari. E non dobbiamo lasciarci sviare dai modi di Donatello tardo (bituminoso quasi come un Giacometti): a guardare più nel dettaglio scopriremo come Verrocchio sappia invece cogliere di Donatello, al pari di nessun altro, il senso architettonico dello spazio, il dominio teatrale delle cose. E dietro tutto questo c’è la genialità dei Medici che ne avevano inteso subito la grandezza: Cosimo I gli commissionò ad esempio (pur con Donatello ancora in vita) la propria tomba in San Lorenzo».

La bravura e sensibilità nel tradurre in scala monumentale le finezze del cesello della formazione da orafo, la ricerca nella ritrattistica, coi busti di profilo, le raffigurazioni eroiche dell’antico, emergono potenti anche nella pittura, al di là del ridimensionamento di Vasari: «La visione vasariana, insofferente nei confronti della diligenza e del perfezionismo di Verrocchio, è riduttiva, spiega De Marchi, perché oltre a essere colui che dialogò più a fondo coi fiamminghi, nella finezza dei dettagli, seppe comporre tale analisi in geometrie supreme. Incarnò una tensione sperimentale preleonardesca, ad esempio nello studio dei panneggi: molti dei famosi chiaroscuri su tela di lino dipinti a pennello e biacca, eseguiti modellando panni bagnati sui manichini e studiando gli effetti della luce, citati da Vasari solo in riferimento a Leonardo, sono invece di Verrocchio, è una sperimentazione che nasce dalla dialettica fra due artisti al fondo antitetici».

La bottega di Verrocchio era frequentata non solo dagli allievi più stretti, come Perugino o Lorenzo di Credi (che sarà poi suo fiduciario, dopo il trasferimento di Verrocchio a Venezia nel 1483), ma anche da artisti come Ghirlandaio, allievo di Baldovinetti. Lo stesso Leonardo ancora nel 1476, ventiquattrenne, quando venne accusato di sodomia, stava nella bottega del Verrocchio. «Verrocchio interpretò appieno la raffinatezza della Firenze laurenziana, ma anche, nella sua versatilità tecnica e nella sua tensione formale mise le basi del protoclassicismo, fu alla base della maniera moderna, sia Michelangelo sia Raffaello furono allievi di suoi allievi», osserva ancora De Marchi.

La mostra si avvale di straordinari prestiti da tutti i principali musei internazionali (tra cui la «Madonna 108» della Gemäldegalerie di Berlino e la «Madonna di Volterra» della National Gallery di Londra, che Longhi e Zeri assegnavano a Perugino giovane, mentre Berenson riferiva già a Verrocchio), ponendo le opere in confronto serrato con quelle di artisti precursori, contemporanei e discepoli da Donatello a Botticelli, da Ghirlandaio a Perugino, e ben sette opere di Leonardo da Vinci alcune delle quali mai esposte in Italia. Tra queste lo scoop della «Madonna col Bambino», scultura in terracotta conservata al Victoria and Albert di Londra e lì esposta come Antonio Rossellino: un’attribuzione finora messa poco in discussione, specie dopo il «verdetto» di John Pope-Hennessy.

Francesco Caglioti è invece da tempo convinto della paternità leonardesca (di cui parlò già nel 2004 a un convegno su Matteo Civitali) e tale ipotesi era già stata formulata nella prima metà del Novecento. Caglioti, che riferisce l’opera al 1472, sottolinea non solo le affinità stilistiche con le opere di Leonardo (nel sorriso, nelle mani e in tanti altri dettagli) ma anche l’atteggiamento di particolare tenerezza con il quale la madre si rivolge al figlio, concentrato, vivo e non trasognato come quello delle Madonne di Rossellino. È d’altronde Vasari a scrivere di alcune «teste di femine che ridono» scolpite in terracotta proprio da Leonardo. L’attribuzione scatenerà certamente un dibattito e ci si chiede quale sarà la reazione del V&A.

Un percorso conduce poi in altri luoghi di Firenze e della Toscana, come Pistoia, dove sono altri importanti testimonianze che completano la rilettura e lo scandaglio potente al quale i curatori hanno sottoposto l’arte di Verrocchio. La mostra, che gode del sostegno del Comune di Firenze, della Regione Toscana e della Camera di Commercio di Firenze, ha anche il contribuito della Fondazione CR di Firenze, main sponsor Intesa San Paolo.

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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