Il degrado del Parco Archeologico di Cirene

Il docente Oscar Mei denuncia l'assenza dello Stato libico nel sito dell'ex colonia greca e romana

Il Parco Archeologico di Cirene con le casette per turisti costruite adiacenti al sito. Foto Oscar Mei
Stefano Miliani |  | Cirene (Shahat)

Pezzi del Parco Archeologico di Cirene versano in un degrado allarmante perché lo Stato libico è assente. Lo denuncia Oscar Mei, docente di Archeologia classica e direttore delle missioni dell’Università di Urbino a Tripoli e nel sito nella Libia orientale dove operano anche gli atenei di Chieti-Pescara, Napoli e Palermo. Da Cirene, colonia greca fondata nel 631 a.C. e poi romana, viene la Venere, copia ellenistica del II secolo d.C. che nel 2008 l’allora premier Silvio Berlusconi restituì consegnandola al colonnello Gheddafi.

Mei elenca i mali del parco a 12 chilometri dal mare: «Molti busti femminili sono finiti nel mercato clandestino o presso case d’asta internazionali. Il lato positivo è che gli archeologi libici recuperano spesso pezzi trafugati grazie alla popolazione locale. Il problema principale, prosegue, sono le condizioni in cui versa il sito. La casa di Giasone Magno con mosaici ha una tettoia orrenda, nell’area pascolano animali, nella pineta si trovano rifiuti, turisti libici hanno scritto sulle tombe, il museo archeologico è in un capannone del 1935 tenuto male e così il deposito».

Mei riferisce di edifici, e lavori sui monumenti, in cemento armato vecchio di decenni dove il ferro è a vista e arrugginito. «Nessuno controlla: più famiglie hanno costruito casette per turisti nel sito usando perfino bulldozer», nota l’archeologo che intende tornare sul posto per verifiche. Per compiere veri restauri tuttavia servono lunghe missioni, fattibili solo in una Libia stabilizzata.

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