Il corpo doloroso di Louise Stomps

La Berlinische Galerie continua la ricerca sulle artiste non allineate al regime nazista

Louise Stomps nel suo atelier della Schillerstraße 21 a Berlino, 1948. Cortesia della Berlinische Galerie. Foto Anja Elisabeth Witte © Gerda Schimpf Fotoarchiv
Francesca Petretto |  | Berlino

Con la mostra «Louise Stomps. Forme della natura, sculture, anni 1928-1988» (dal 15 ottobre al 17 gennaio), patrocinata dal Verborgenes Museum, la Berlinische Galerie aggiunge un importante tassello al puzzle di grandi biografie di artiste, pittrici, scultrici e fotografe perlopiù berlinesi, ebree e non, semplicemente non allineate, molto famose prima del 1933 e poi pressoché scomparse dopo il ’45 a causa della damnatio memoriae cui il regime nazifascista e il perbenismo degli anni a seguire le avevano condannate.

Louise Sophie Stomps (1900-88) fu scultrice molto affermata già alla fine degli anni Venti, affascinata dalle forme del corpo umano che plasmò in pietra, gesso e poi soprattutto legno, dai primi studi classici fino a un’espressione altamente astratta tipica del suo stile. Molte delle sue prime opere andarono perdute, distrutte dai bombardamenti della seconda guerra mondiale: di esse ci rimangono foto, descrizioni di manuali e giornali. A queste seguirono, negli anni Cinquanta, i suoi lavori forse più disturbanti, quelli in cui ritrasse traumi di anime e corpi piegati, annientati da esperienze dolorose, di perdite e di orrori vissuti nel delirio della dittatura e della guerra.

Infine, affascinata come molti colleghi dal tema della natura e di una sorta di sentimento panico di essa, si dedicò negli ultimi anni a una produzione caratterizzata da un nuovo linguaggio formale di cosiddetta astrazione figurale. Con una novantina di lavori, la mostra, accompagnata dal catalogo a cura di Marion Beckers ed Elisabeth Moortgat, offre una panoramica della vita e dell’opera dell’artista per la prima volta collocandola, come meritava, in un contesto internazionale.

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