I vasi di Theaster Gates sono metafore

La Whitechapel Gallery presenta un progetto espositivo dedicato alla produzione ceramica dell'artista americano concepito in collaborazione con il Victoria and Albert Museum e le Serpentine Galleries

Un particolare di un'opera di Theaster Gates. Cortesia di Theaster Gates. Foto Chris Strong
Antonio Aimi |

Fino al 9 gennaio, la Whitechapel Gallery presenta un progetto espositivo dedicato alla produzione ceramica di Theaster Gates concepito in collaborazione con il Victoria and Albert Museum e le Serpentine Galleries.

Per l’artista americano (vasaio di formazione, oltre che urbanista, curatore e massimo espo anente della «pratica sociale») gli oggetti e i materiali non possiedono esclusivamente valori e qualità formali, ma trasmettono significati politici e sociali, divenendo metafore di storie di marginalizzazione e tensioni razziali.

La mostra raccoglie non solo le opere in ceramica dell’artista prodotte nell’arco degli ultimi due decenni, ma anche produzioni di artigiani che hanno influenzato la visione e la tecnica dello stesso Gates. Tra questi, David Drake, un vasaio afroamericano ridotto in schiavitù in una piantagione in South Carolina nel XIX secolo; Bernard Leach e Shoji Hamada, fondatori della Leach Pottery a St Ives in Cornovaglia; e Ruth Duckworth, che in fuga dalla Germania nazista acquisì notorietà a Chicago con i suoi enormi murali in ceramica.

Oltre a oggetti e manufatti storici tratti dalle collezioni del V&A, volti a sottolineare il ruolo della ceramica in relazione al commercio internazionale, al colonialismo e alla schiavitù, l’esposizione presenta anche l’ultimo corpus di lavori dell’artista: ampi recipienti posti su plinti di legno e pietra, e le cui forme si ispirano alla scultura africana, al corpo umano e a una certa tradizione di oggetti industriali.

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