I marmi luminosi di Roberto Rocchi

Lo scultore espone nell’Adi Design Museum 14 opere in cui la luce sembra promanare dalla materia stessa

«Origini» (2022) di Roberto Rocchi
Valerio Dehò |  | Milano

Dal 13 gennaio al 13 febbraio l’Adi Design Museum presenta la personale di Roberto Rocchi «L’eterno in divenire», a cura di Paolo Asti. La mostra presenta 14 sculture dell’artista, nato a Verbania nel 1962 e attivo tra Carrara e Milano, frutto di una ricerca compiuta negli ultimi dieci anni; alcune di esse, come  l'opera che dà il titolo alla mostra, sono state realizzate appositamente per l’appuntamento milanese.
«Per Rocchi il marmo, ridotto a foglio, assume il sapore del tessuto in cui, grazie all’uso sapiente della luce, crea la sua tavolozza di colori, dando così contemporaneità a quell’essere, fatto di luce che, ancora una volta, nel divenire, ci conduce all’eterno, scrive Paolo Asti.  L’opera “Materia”, in cui lo scultore intreccia abilmente marmo, resina e led, arde dell’anima del suo essere, la luce, dissolvendosi davanti alla pietra, ci rammenta l’illusione del vivere e il monito, a cui ci richiama Emanuele Severino, che “solo la pura luce dell’essere è eternamente”». Nel testo critico che accompagna la mostra Angelo Crespi, a sua volta, cita un verso del cantautore canadese Leonard Cohen, «C’è una crepa in ogni cosa, e da lì entra la luce»,  «che potrebbe circoscrivere le sculture di Rocchi in cui non è chiaro se la luce venga assorbita all’interno oppure da esso promani, scaturisca in forza di un qualche principio regolatore. D’altro canto la partita che si gioca non è solo quella del contrasto buio/chiaro, semmai la più sfidante è quella tra pesantezza e leggerezza, tra superficie levigata e terrosa, tra movimento e stasi, in cerca del perfetto equilibrio da cui traluce la bellezza».
Sul dialogo tra materia e luce nelle sculture di Rocchi è imperniato anche il contributo di Valerio Dehò, che riportiamo integralmente qui di seguito.



La luce è la base di qualsiasi attività artistica, oltre che «responsabile» della vita sul nostro pianeta. Certamente la scultura vive di luce proprio nel senso che la plasticità ha bisogno di ombre e le ombre si rivelano solo in presenza di un fascio luminoso che si rapporta con la materia, con i volumi e con la forma nascente da questo rapporto. Ma che cosa accade se è la scultura stessa, intesa come opera, a possedere una luce propria? Se la luce non è soltanto quella naturale e ambientale, ma qualcosa di artificiale che diventa essa stessa parte del lavoro artistico?

La risposta si trova nei lavori di Roberto Rocchi, che la scultura la conosce bene e la insegna anche a Carrara, nell’Accademia di Belle Arti affacciata sulle cave di marmo più celebri del mondo. L’idea di Rocchi è quella di creare un dialogo tra la materia e la luce, cioè di esaltare o rilevare soprattutto la texture, per esempio di un marmo bianco e «nevoso» come il greco Thassos, ridotto in fogli di pochi millimetri che la luce attraversa e permea. In alcuni lavori si ha l’idea di una sorta di scrittura posseduta dal marmo, qualcosa di genetico e profondo. Una sorta di «saggezza» accumulata nelle profondità geologiche, nell’abisso temporale in cui i movimenti implacabili della crosta terrestre hanno innalzato quelle cattedrali naturali chiamate montagne.

Ci sono lavori in cui è impossibile non avere in mente il modello della pergamena, il foglio come supporto della scrittura che contiene già non solo la predisposizione ad accogliere la scrittura, ma anche le tracce segrete di un messaggio nascosto. Il marmo diventa trasparente come la roccia di alabastro, ma possiede una texture straordinaria che è fonte di altri pensieri. Le opere diventano illuminazioni, momenti in cui la materia attraverso la luce perde peso e fornisce l’occasione per una rivelazione, un’apparizione.

Per esempio in «Origini» (2022), in cui l’ortogonalità del taglio di luce genera una delle figure più classiche della storia dell’arte: la croce. Una forma richiamata anche da uno dei chiodi della crocifissione in piombo accostato all’opera, quasi in attesa. La croce va però intesa come simbolo universale, come archetipo, senza chiudersi obbligatoriamente nella simbologia cristiana. In altri lavori a pavimento o da appoggiare su una superficie piana, Rocchi realizza delle microarchitetture minimali, dei paesaggi essenziali in cui compaiono elementi, quali scale, che sembrano portare «oltre», dentro la struttura segreta delle sculture, come in «Ignoto» (2019). Micropaesaggi in cui la luce, sempre ottenuta con i led, vira verso l’azzurro, il colore del cielo, si allontana dalla terra per portarci in una dimensione spirituale. Si presuppone sempre una dimensione «altra», un altrove come «Ignoto», in cui le dimensioni si moltiplicano e si immagina qualcosa che non si vede. Vedere oltre, come in «In fondo in fondo laggiù» (2021), un grande lavoro in cemento e led che diventa una sorta di cannocchiale in fondo a cui vedere la luce, appoggiata e sostenuta su un supporto informale, apparentemente casuale. Anche la grande scultura «Tavola» (2018) rievoca il desco come momento di condivisione, ma è appoggiata su una base solida che richiama una roccia, una montagna. Allora sembra diventare una sorta di altare moderno, stilizzato, etereo.

Altre opere raccontano di una luce che attraversa e si riflette nel foglio di marmo appena sollevato. Anche qui torna il tema dello svelamento, del sollevare qualcosa per vedere che cosa c’è sotto, ma anche l’idea di una precarietà che è voluta, cercata. Il sollevamento del foglio è sostenuto da elementi minimali, piccoli frammenti o elementi colorati. L’azzurro e il verde sono forse i colori che emergono. «Sguardo» (2022) è un lavoro che richiama l’astrazione americana di Barnett Newman o di Mark Rothko nella giustapposizione di due aree colorate sovrapposte. La luce e la texture del marmo evocano la pittura come un’apparizione, una memoria visiva. Il paradigma pittorico viene evocato da un raffinato rapporto tra luce e materia. Anche il colore rosso in alcuni casi è protagonista, accendendo il marmo con una fiammata inattesa. Rocchi poi adopera altri materiali come il piombo o la foglia d’oro, sempre per sostenere la magia generativa della luce, la trasformazione della materia, l’innalzamento di ciò che è ctonio verso l’etero e lo spirituale.

Del resto, l’artista usa i materiali sia per le loro proprietà intrinseche sia per il loro valore simbolico. Succede per esempio in «Due fogli di marmo e piombo» (2022), opera alchemica nella quale un foglio di piombo arrotolato si staglia sulla lastra di marmo, mentre in un angolo appare la foglia d’oro simbolo di trasmutazione. Un lavoro come «Infinito» (2021) è formato da cinque cubi in piombo e foglia d’oro che compongono il pentagramma, simbolo di perfezione e di sapere trascendentale in cui i cinque elementi metafisici, la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria e lo spirito, sono rappresentati come manifestazione delle forze divine e spirituali che animano il Mondo. I due metalli sono la contrapposizione più chiara tra la luce e le tenebre, l’opacità e la trasparenza, il pesante e il leggero, la materia di Heidegger, che si trasforma in «opera», alleggerendo il peso della Terra e dando forma all’arte. 

Del resto anche i marmi o i graniti non sono usati senza una precisa scelta linguistica. Devono poter dire qualcosa all’interno del significato dell’opera. O possono anche essere ricoperti di colore, quando in qualche modo, come in Ettore Spalletti, si vuole dare senso a ciò che non si vede e non solo alla parte emergente della scultura. Così in «Senza fine» (2022) il marmo dipinto sostiene un disco composito in nero del Belgio, un sostegno che è solido e provvisorio nello stesso tempo. Anche nelle opere delle sospensioni Rocchi introduce questa precarietà, questo senso che in qualche modo smentisce la durezza e durevolezza dei materiali. L’equilibrio diventa una relazione tra l’opera e chi guarda, tra illusione e realtà. 

Le «Illuminazioni», titolo che richiama la celebre raccolta poetica di Arthur Rimbaud, sono il legame tra la luce e le tenebre, l’essere e l’apparire, il materiale e lo spirituale.  «Dare luce» in questo caso vuol dire anche riceverla. È uno scambio tra l’artista e il pubblico. Un invito a entrare nella scultura come una porta magica di un’esperienza che trascende i sensi e il visibile.

© Riproduzione riservata «Rosso sospeso» (2020) di Roberto Rocchi «Infinito» (2021) di Roberto Rocchi
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