Hermann Nitsch, 20th Painting Action

L’arte eversiva e catartica del padre dell’Azionismo Viennese

 Hermann Nitsch 20th painting action (1987), Vienna ©Hermann Nitsch Foto Heinz Cibulka Una veduta dell’installazione di Nitsch a Venezia Una veduta dell’installazione di Nitsch a Venezia Hermann Nitsch (2017) © PhilippSchuster Una veduta dell’installazione di Nitsch a Venezia Una veduta dell’installazione di Nitsch a Venezia Helmut Essl (2021) davanti alla 10. action painting di Hermann Nitsch del 1987 Foto Carreon Lopez Una veduta dell’installazione di Nitsch a Venezia
Francesca Interlenghi |  | Venezia

La notizia della morte di Hermann Nitsch, padre dell’Azionismo Viennese, arriva proprio a ridosso dell’inaugurazione a Venezia, durante la 59. edizione della Biennale, della sua personale «20th Painting Action». Presentata da Zuecca Projects e promossa dalla Helmut Essl’s Private Collection, in collaborazione con la Galerie Kandlhofer, la mostra ha per protagonista la «20. Malaktion», ovvero la ventesima azione pittorica originariamente creata e presentata dall’artista presso il Wiener Secession di Vienna nel 1987. Unica azione pittorica le cui opere sono interamente custodite nella medesima collezione.

Con queste parole lo ricorda stamane Helmut Essl: «Per me, Hermann Nitsch è stato uno dei più grandi artisti del mondo e sono grato per il profondo impatto che il suo lavoro ha avuto su di me e su tanti altri. Il fatto che Hermann sia morto il giorno in cui gli dimostro il mio più grande apprezzamento con l’apertura della sua “20th Painting Action” durante la Biennale di Venezia mi fa fare ancora di più ciò che ho iniziato a Venezia in questo momento: portare la sua arte più vicino al mondo. Buon viaggio, amico mio Hermann».

A maggior ragione oggi, alla luce della scomparsa di questo artista che è stato indiscusso punto di riferimento dell’arte del Novecento, il progetto espositivo assume rilevanza, quasi fosse testamento e summa della sua concezione artistica, che anche nel dolore e nell’orrore vedeva una via di purificazione, la liberazione catartica da tabù religiosi, morali, sessuali. Enfatizzando quel senso di sacralità a cui Nitsch ha aspirato fin dall’inizio con la sua pittura d’azione «che assolve una funzione drammatica, coinvolgendo gli spettatori, come un accadere drammatico che si manifesta a mo’ di litania, all’interno del mio teatro, attraverso una esibizione pittorica», diceva a proposito di un altro suo lavoro, la «18b. Malaktion» presentata nel 1986 a Casa Morra a Napoli.

Pioniere internazionale della Performance Art, caposaldo dell’Azionismo, pittore, grafico, scenografo, scrittore e compositore, Nitsch individuò nella pittura il fondamento della sua azione artistica. Una pittura influenzata dall’Art Informel, spontanea, gestuale, immediata, che non ambisce a rappresentare niente altro che sé stessa e che si manifesta a partire dal 18 novembre 1960 quando l’artista realizza la sua prima azione.

Un’energia mistica e un’ebbrezza visionaria colgono chiunque varchi la soglia dello spazio espositivo Oficine 800, sull’isola della Giudecca, dove la mostra rimarrà allestita fino al prossimo 20 luglio 2022. La concezione olistica, totale, dell’opera d’arte di Nitsch fa sì che lo spettatore sia investito da molteplici stimoli, avvolgenti e coinvolgenti, fino a farlo sentire parte essenziale del dramma. Un’esperienza intensa e concentrata, che trasforma l’osservatore in un attore, che si fa racconto e forma e che rimanda al concetto di arte partecipativa di cui oggi si parla molto ma di cui Nitsch è stato precursore, sovvertendo tutte le gerarchie e creando uno spazio in cui intenzionalmente sfumano i confini tra artista-autore-produttore-fruitore dell’opera.

Il carattere eversivo della sua arte, debitrice al clima inquieto e decadente della Mitteleuropa, lo ha portato a mostrarsi nelle condizioni più estreme, come quando si fece crocifiggere e ricoprire di sangue nella «1st Action» (Vienna, 1962) o quando scuoiò e dissanguò agnelli in una sorta di chiesa-teatro dedicata a riti orgiastici situata nell’antico castello di Schloss Prinzedorf. Un carattere eversivo che si accorda con quel gigantesco atto teatrale, sinestetico e totalizzante, che è l’Orgien Mysterien Theater, sviluppato a partire dal 1957 sulla scorta delle riflessioni filosofiche di Nietzsche e Schopenhauer, della tragedia greca e del concetto di «opera d’arte totale» sviluppato da Richard Wagner. Un incontro plurale e incrociato, instabile e mobile, di trame culturali che genera quella coabitazione di codici diversi caratteristica precipua del linguaggio di Nitsch.

In mostra, un’opera di grande formato (5×20 metri), realizzata con la tecnica del pouring (colatura) e collocata sulla parete frontale, insieme a numerosi altri quadri splatter più piccoli disposti nello spazio, che costringono lo spettatore a immergersi in un ambiente pittorico azionista, pervaso da colature, spruzzi, sbavature e schizzi di liquido di colore rosso, in cui è possibile fare esperienza delle tensioni tra energia centrifuga e centripeta, tra estatico e contemplativo, e che rivelano come per Nitsch l’arte dionisiaca fosse la radice dell’essere. Era infatti nella dicotomia fertile e feconda di razionalità e irrazionalità, di finito e infinito, di giorno e notte, di forma e caos che si generava l’esplosione della sua arte. Esplosione dionisiaca, con tutte le sue lacerazioni, i suoi squarci, con tutto il suo dolore, fuori dalla cui ineluttabile necessità la vita non saprebbe andare avanti.

In una nota diramata in sua memoria dalla Nitsch Foundation si legge il monito che ha accompagnato tutto lo sviluppo della profonda e articolata riflessione artistica di Nitsch: «Everything that ever was and ever will be is to be». Gli sopravvivrà il suo lavoro, il grande festival della vita che egli è stato capace di mettere in scena e che ha assunto la forma di un ineguagliabile rituale estetico di glorificazione dell’esistenza.

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